Vivian Maier, una mostra per riscoprirla

Vivian Maier (1926-2009) è una scoperta recente della storia della fotografia. L’affascinante storia del ritrovamento delle sue opere post-mortem ad opera del figlio di un rigattiere, John Maloof, nel 2007 è raccontata in diversi docufilm e libri. La sua vicenda è talmente affascinante da costituire una sorta di “found photography” sul modello del più famoso “country footage”.
Una bella mostra a Palazzo Pallavicini a Bologna – ancora per due giorni -, ci ha permesso di ammirare da vicino le sue 150 foto, suddivise in sezioni tematiche (bianco/nero, ritratti, colore, etc.) e corredata anche da un filmato a colori in 8mm.

Fotografare per le strade d’America

La Maier è stata indicata come una rappresentante della “street photography”, americana pur non avendo probabilmente mai avuto nessuna idea preconcetta rispetto a quello che ciò significava. Perché guardando quella carrellata di foto è chiaro ed evidente che la sua passione per il mezzo stesso, ossia la macchina fotografica, è una urgenza espressiva innata e irrefrenabile, un bisogno prima che un’arte.

I ritratti e le foto in bianco e nero degli anni Cinquanta sono un repertorio di tipi e situazioni che ci sembra di conoscere da sempre (i bambini che giocano per strada, il cadavere riverso e il poliziotto, le facce dure di chi vive la strada), tanto che sembra di ripercorrere visivamente film come “C’era una volta in America”, che aveva infatti proprio quel tipo di ambientazione, geografica e storica.

La maggior parte della sua produzione si colloca tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, ed è stata realizzata prevalentemente a New York e Chicago. Nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, Vivian visse, al seguito della madre con cui non aveva buoni rapporti, tra gli Stati Uniti e la Francia, iniziando ad operare con una Rolleiflex, per poi passare alla Kodak e alla Leica. Fu probabilmente un’amica della madre, Jeanne Bertrand, già fotografa professionista nel 1902, ad iniziarla alla fotografia, una passione che in realtà condivideva anche con la madre.

La Maier è stata anche definita la “bambinaia fotografa”, perché il suo “vero” mestiere (non avendo mai probabilmente creduto di poter vivere delle sue foto o forse non potendoselo permettere) è stato quello di tata, mestiere che però le ha consentito di sviluppare una particolare predilezione per i ritratti di bambini, immortalati singolarmente, in gruppo o aggrappati alla mano della mamma. Ma accanto al mondo dell’infanzia non mancano altri soggetti, anche del mondo più patinato dei divi o presunti tali, colti durante qualche evento pubblico. Perché la cifra stilistica dominante nelle sue opere è quella dell’istantaneità del ritratto e la riproposizione di un attimo irripetibile. Quando la Maier accantona, nella sua produzione più tarda, questo approccio, diventa meno autentica, come accade nelle foto a colori che appaiono a volte troppo costruite, celebrali.

Accanto ai ritratti delle “vite degli altri” la Maier ci lascia anche numerosi autoritratti allo specchio o alla vetrina di qualche negozio, che pure sono mostrati, nella loro successione storica, in una sezione della mostra.

Consigliamo a chi volesse approfondire la sua storia il testo di Pamela Bannos, Vivian Maier. Vita e fortuna di una fotografa (Contrasto, 2017) e quello del suo “scopritore” John Maloof, Vivian Maier: Street Photographer, (Brooklyn, Power House, 2011) ed infine il romanzo a lei dedicato, e candidato anche al Premio Strega del 2018, di Francesca Diotallevi, Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018). Mentre per chi predilige i documentari consigliamo “Alla ricerca di Vivian Maier”, regia di Maloof e Charlie Siskel, 2013.