Venezia 83 – Primetime, la recensione del film con Robert Pattinson

Se Ink, il film di apertura dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, preannuncia le derive dell’infotainment nella stampa britannica e non solo, Primetime indaga in chiave grottesca le contraddizioni di un sistema televisivo in cui informazione, spettacolo e giustizialismo finiscono per sovrapporsi. A dirigerlo è Lance Oppenheim che, dopo tre acclamati documentari (Some Kind of Heaven, Spermworld e Ren Faire), esordisce nel cinema di finzione e pure nel concorso veneziano, accompagnato dal protagonista Robert Pattinson, anche co-produttore del film insieme ad A24.

Nato nel 2004 come rubrica ricorrente del programma giornalistico Dateline NBC, To Catch a Predator era un format che smascherava in diretta tv uomini sospettati di adescare minorenni, coinvolgendo nelle operazioni le forze di polizia che provvedevano poi all’arresto. Le indagini si svolgevano sotto copertura, con la collaborazione del gruppo di vigilanza online Perverted Justice: alcuni adulti si fingevano adolescenti per attirare i sospettati in abitazioni attrezzate con telecamere nascoste. Una volta sul posto, gli uomini venivano affrontati dall’ex giornalista Chris Hansen, che li interrogava davanti alle telecamere con formule divenute celebri in meme e parodie.

«Ciò che mi ha sempre affascinato è come un programma su un argomento estremamente serio sia in qualche modo riuscito a entrare anche nel regno dell’intrattenimento. Chris Hansen distruggeva la vita di qualcuno davanti alle telecamere e c’era qualcosa di quasi teatrale in tutto ciò. Quella tensione mi è rimasta impressa: l’uomo che apparentemente voleva fare giornalismo serio, ma che al tempo stesso era consapevole del personaggio che stava costruendo», spiega Lance Oppenheim nel pressbook del film.

Primetime non è un tradizionale biopic dedicato a Chris Hansen; il film racconta le contraddizioni di un giornalista che ha legato la propria identità a una creatura televisiva sempre più controversa e ingombrante, proprio mentre il programma sembra raggiungere il culmine del successo. Nel 2006, infatti, To Catch a Predator è ormai un fenomeno televisivo di massa. La NBC affida così a Chris Hansen (Robert Pattinson) la sfida della prima serata contro la serie di culto Lost. Ma, per continuare a conquistare gli spettatori, il format deve rilanciare continuamente la posta in gioco, cercando casi sempre più eclatanti. Xavier Von Erck (Matthew Maher), a capo del gruppo di monitoraggio online Perverted Justice, propone a Hansen di puntare alla «balena», un bersaglio grosso, ma l’operazione avrà conseguenze drammatiche.

Oppenheim e il direttore della fotografia Bolen ricostruiscono anche sul piano visivo l’ecosistema mediatico del 2006, riproducendo i colori saturi, la grana e le imperfezioni tipiche della televisione via cavo americana dei primi anni Duemila. L’estetica, il montaggio serrato e la costruzione delle inquadrature contribuiscono a delineare un ambiente grottesco e perturbante, dove i confini tra cronaca, showbiz e giustizia si dissolvono. «Volevo creare qualcosa di inquietante, che catturasse la sensazione di trovarsi all’interno dell’apparato mentre le cose andavano fuori controllo», ha precisato il regista.

Al centro di questo universo c’è il Chris Hansen interpretato da Robert Pattinson, che restituisce con efficacia le ambiguità di un uomo diviso tra rigore professionale, ambizione e bisogno di riconoscimento. Davanti alle telecamere, il giornalista domina la scena con modi controllati e domande calibrate per mettere sotto pressione i suoi interlocutori. Lontano dai riflettori, invece, le certezze si incrinano: il successo del programma non sembra più sufficiente a placare la sua inquietudine, mentre anche la sfera privata va in crisi e la sua reputazione rischia di sgretolarsi. Hansen ha costruito la propria carriera attorno a un’immagine precisa, ma fatica a sottrarsi alle aspettative che quella stessa immagine alimenta.

Accanto a lui si muove una squadra in cui le ambizioni individuali si intrecciano con le logiche della produzione televisiva. C’è la produttrice esecutiva Andie Bender, probabilmente ancora più spregiudicata di Hansen, interpretata da una sempre efficace Merritt Wever. E poi c’è Dan Plum (Skyler Gisondo), aspirante attore che, pur di entrare nel sindacato di categoria SAG, accetta di diventare un’esca per Perverted Justice.

Quando la punizione diventa intrattenimento

Scritto da Ajon Singh e ispirato all’articolo del 2007 di Esquire Tonight on Dateline This Man Will Die, Primetime compie un’operazione affine a quella di Ink di Danny Boyle: recupera un fenomeno mediatico del passato per interrogare le dinamiche di un presente in cui l’esposizione pubblica e la condanna collettiva si alimentano a vicenda. La gogna non ha più bisogno di una piazza fisica: può entrare nelle case attraverso la televisione, propagarsi online e trasformare l’indignazione in un’esperienza condivisa. Lo spettatore non è soltanto testimone della punizione, ma partecipa a un rituale che il successo del programma rende necessario ripetere. La parabola di Hansen assume così un significato che supera la ricostruzione del format. Oppenheim mette a fuoco un sistema che premia l’eccesso e il voyerismo, pretende un’attenzione sempre maggiore e rischia di sacrificare ogni pretesa di verità giornalistica alla ricerca di un nuovo picco di ascolti.

Non tutte le intuizioni del film raggiungono però una sintesi compiuta. L’insistenza sul grottesco e sull’ambivalenza del protagonista, anziché approfondire le contraddizioni morali della vicenda, finisce talvolta per attenuarne la forza. Anche la dimensione privata di Hansen resta meno sviluppata di quanto potrebbe, mentre lo spostamento progressivo del racconto verso la sua crisi personale sottrae spazio alle conseguenze del dispositivo mediatico che il film intende mettere in discussione. Lontano dall’essere originale – il film si muove in territori vicini a Lo sciacallo (Nightcrawler) -, Primetime è un thriller ambizioso, visivamente riuscito e recitato in modo convincente da tutto il cast, con un Pattinson carismatico e il sorprendente Skyler Gisondo, ma narrativamente poco approfondito che perde nel finale in incisività e focus. È un film ambizioso che però non mantiene tutto ciò che promette.

In sala dal 15 ottobre con I Wonder Pictures.