La recensione della retrospettivadi Betty Bee curata da Joao Laia attraverso le parole del nostro Mimmo Di Caterino (n.d.r.).

C’è un arte futile, inutile, modaiola, passeggera, transitoria e banalmente instagrammatica, poco m’interessa; c’è anche un arte che tramanda, divulga e preserva la memoria, questo è il motivo per cui ritengo che la Storia dell’Arte che caratterizzerà questo inizio di millennio, non possa che provenire dalla fine del Novecento, da quegli artisti viventi che si tende a ignorare e banalizzare per scarsa cultura o se preferite per analfabetizzazione di massa, fatta passare per aggiornamento o alfabetizzazione ideale media integrata: questo mi ha spinto a recarmi a Casa Di Marino in Via Monte di Dio per la retrospettiva monografica e personale di Betty Bee (curata da Joao Laia).

Betty Bee è un’artista che mi ha cresciuto: quando terminavo il mio percorso d’Alta Formazione Artistica, non solo era la modella vivente dell’Accademia, ma era anche l’artista più rinomata nel circuito sistemico dell’arte, aveva con la forza delle radici, letto il tempo e proiettato nel futuro, arrivando a visualizzarlo e mostrarcelo come solo streghe e sciamane fanno.

Nessun’altra e nessun altro ha saputo ritualizzare come lei, leggendo dal micro al macro realtà ed essenza: il conflitto con la figura paterna argine e limite creativo, lo sfuggire al controllo dell’altro e della figura maschile con tutte le sue protesi integrate, la mascolinazzione della donna che si prende quello che vuole riducendo l’uomo a gingillo personale, viene naturale chiedersi quando una sua antologica avrà una cornice meno di nicchia. Stiamo ragionando di un’artista che conosce e sente profondamente il linguaggio dei segni, dei sogni, dei gesti, degli archetipi e dei simboli, che sa che siamo tutte identità coscienziali dove il maschile e il femminile convivono, che la fluidità di genere è qualcosa insita in ciascuno di noi (politicizzarla e immobilizzarla come identità sociale è quanto di più volgare possa accadere).

Betty con il suo lavoro e la sua ricerca, armonizza il suo inconscio (luogo dove quando la incontro glielo riporto), dove nell’ambito dell’impossibile missione di tradurre in immagine iconica il proprio autoritratto, tutto è fuggevole, mutevole e ambiguo, come solo gli archetipi simbolici sanno essere.

La Mucca pazza pare maschera e archetipo sacrificale (e lo è stata), la Sirena Kalimera è una regina con la testa spiralica dove il cerchio non si chiude mai, i suoi fiori si connettono e s’intrecciano nel nome dell’amore e dell’armonia verso il tutto, movimenti spiralici, serpenti, topi, tutto avviene in quel territorio di confine (che non esiste sul serio, ma è una convenzione culturale finalizzata alla canalizzazione e al controllo d’identità ingannevoli) dove il razionale e l’irrazionale s’integrano, ci guidano e conducono verso un’evoluzione che può essere comune solo se si sa accogliere e comprendere: scrivo senza riserve, che il lavoro di Betty, non è solo ideologico, politico, femminista, sociologico o tutto ciò che volete, ma è oltre tutto quello che riduciamo all’etichetta contemporaneità, è un frammento della completezza del tutto ciò che siamo e che lei è, fuori dal tempo, questo è il lavoro dell’artista, sintetizzare la complessità, rendendola fruibile a chiunque si sappia riflettere in lei, artista dalla quale non si può prescindere nella costruzione di una storia della memoria dell’arte che verrà, che sappia andare oltre la banalità.

Dimenticavo, in galleria ho incontrato Maurizio Cattelan, l’ho raccontato a Betty che mi ha risposto con un vocale: “Nun’è manco ‘a guallera toja” (tradotto per i non napoletani “non vale neanche la guaina dei tuoi testicoli quando il pene è floscio”).







