Ancora Impressionisti, solo impressionisti…

Domenico Di Caterino recensisce Impressionisti e la Parigi fin de siècle, mostra a cura di Vittorio Sgarbi, visitabile fino al 27 Aprile 2025.

“Chi fin dalla sua infanzia e giovinezza ha potuto alzare gli occhi con devota ammirazione verso alcune persone e ideali elevati, possiede nella profondità dell’anima una disposizione particolarmente propizia per le conoscenze soprasensibili. E chi, con la maturità di giudizio dell’età più tarda, sa alzare lo sguardo al cielo stellato e accogliere con calma e devozione la mirabile manifestazione delle potenze superiori, si rende in tal modo maturo per la conoscenza dei mondi soprasensibili.” Rodolf Steiner, La scienza occulta nelle sue linee generali, Mondadori, 2007

Passeggiando per Via Tribunali a Napoli, scopro che nella Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, dove c’è il Lapis Museum, c’è una mostra degli Impressionisti curata da Vittorio Sgarbi, avrei dovuto tirare dritto, solo un mese fa al Museo degli Innocenti a Firenze ho visto “Impressionisti in Normandia”, e invece niente, decido di riconfrontarmi nuovamente con quello che all’Accademia di Belle Arti di Napoli da studente è stato un esame obbligato di Storia dell’Arte, dal quale solo ora mi sto liberando un movimento nato come anti Accademico è stato per me un esame Accademico di Storia dell’Arte obbligato, nel nome del quale: l’arte contemporanea nasce da qui!

Per me l’Impressionismo vale Idra un serpente a nove teste d’affrontare ogni volta che impatto in una sua celebrazione, che tra l’altro è in ogni dove, tutta la negazione dell’elevatezza del ruolo sociale e intellettuale dell’artista nasce con questa mostruosità dalla produzione sterminata, da questo movimento così ridondante d’artisti d’apparire antesignano delle odierne fiere mercato e dei padiglioni politici della Biennale di Venezia, da queste tele di piccolo formato standard e industriale nate per adornare salottini borghesi in ogni dove che in loro nome si sono arricchiti imponendole alla massa in tutta la loro volgarità che non va oltre la sensazione dell’apparire.

L’antiaccademismo divenuto Accademia che alla lunga ha reso l’Alta Formazione Artistica fucina di progetti d’alternanza scuola lavoro e hub d’associazionismo artistico e culturale di matrice politica che nega la formazione artistica in quanto studio individuale nel nome dell’esperienza professionale, ma parliamoci chiaramente: gli impressionisti erano dei professionisti dell’arte? Basta la loro monografia singola ad attestare che lo sono diventati per volere del mercato, insomma oggi varrebbero un Tony Effe qualunque, eppure li celebriamo ovunque, le riproduzioni dei loro lavoro sono ovunque e tutto si riconduce a loro, da Delacroix a Van Gogh, da Courbet a Corot, da Berthe Morisot a Chiara Ferragni, da Fedez a Manet…

I lavori in mostra (manco a dirlo), provengono tutti da collezioni private, certo qualcosa d’interessante che vada oltre la loro banalizzazione storiografica e di mercato c’è, come una tela di Théodore Rousseau che bene rivela come Balthus non abbia spostato di nulla nel novecento un dibattito sulla pittura che già si era palesato nella seconda metà dell’ottocento.

Un piccolo olio su tela di Gustave Courbet rivela come gli stessi Impressionisti nel nome di una pittura di genere richiesta dal mercato ne abbiano offeso la forza, il coraggio e la profondità di una ricerca che anteponeva il naturalismo all’idealismo (altro che cavolate come la pittura come reazione alla macchina fotografica, nel loro essere commerciali gli Impressionisti erano più veloci e produttivi di una macchina fotografica, Courbet un gigante a loro confronto).

Un’acquaforte di Jules Breton, che altro non che una scena di genere (“la fine di un giorno di un contadino”) mi racconta quanta poesia ci possa essere nello sguardo di un artista, penso a come Vincent Van Gogh leggeva questi lavori in chiave spirituale, ma era la sua ricerca e la sua visione a essere spirituale, al punto da avere deformato con il suo sguardo il reale valore di questi Accademici “vorrei ma non posso”, stesso discorso chiaramente anche per una lavandaia del 1861 di Jean Francois Millet.

 

Ci sarebbe anche da fare un discorso sulle sfarzose e barocche cornici di questi lavori provenienti da collezioni private, ma non lo farò, anche perché mi pare scontato che se stiamo celebrando questo come punto di partenza dell’arte e della pittura di questo tempo, qualche responsabilità un certo collezionismo di massa e da salotto dovrà pure avercela?

Interessantissimo un piccolo acquerello su cartone di Mary Cassat, pittura raffinata la sua, poi uno si dice perché gli artisti Statunitensi hanno avuto a un certo punto della storia del novecento una marcia in più,  basterebbe riflettere su quanto e come era diventata banale l’idea della pittura in Europa.

Un lavoro attribuito a Claude Monet del 1882 sorprende per catarifrangenza dell’acqua e scorcio pittorico, ma il suo valore aggiunto è d’attribuire alla tanta vituperata macchina fotografica, senza la quale staremmo a ragionare sul niente.

 

Un piccolo lavoro di Pierre Auguste Renoir attrae per erotismo, altro aspetto importante nella grande diffusione e successo di mercato degli Impressionisti (per certi versi antesignani dei poster e manifesti erotici anni settanta-ottanta del Novecento, chi non ne avrebbe voluto uno in casa?).

Notevole anche un Vaso di fiori del 1885 di Édouard Manet, ma stiamo parlando di un vaso di fiori, non se sono chiaro, un vaso di fiori, un lavoro che oggi nella sua commerciabilità trovi pittoricamente stampato da Brico o da Ikea, sul serio questa a fine ottocento è stata una rivoluzione antiaccademica? Vista oggi pare un colpo di stato della legge domanda e offerta del mercato ai danni della ricerca.

Plastica e bellissima la ballerina di Edgard Degas, ma lasciatemi che Giovanni Boldini con il suo pastello su carta di “Donna seduta” pare dire a tutti: ragioniamo seriamente di cosa sia arte per piacere?

Concludo: dopo averlo studiato una vita, non penso oggi che l’impressionismo abbia realmente e concretamente rotto nessuna regola, frantumato e sperimentato nulla dal punto di vista pittorico, sfido chiunque su questo territorio, so che la controparte valore di mercato a parte, non avrà solide basi di contro argomentazioni,  si è semplicemente accontentato e incontrato un mercato che s’andava espandendo, più che avanguardia della sperimentazione mi pare avanguardia di quella banalizzazione che ha determinato nella seconda metà una quantità esorbitante di pittori commerciali che vendevano dovunque e comunque in Italia ora giustamente accantonati e dimenticati, chiaro che questo sia più complicato per gli Impressionisti, intorno a loro ruota un indotto turistico Francese impressionante (quello sul serio) che arriva in ogni dove vista la loro produzione industriale e i loro investitori diffusi.

 

Impressionisti e la Parigi fin de siècle
A cura di Vittorio Sgarbi
Dal 23 Novembre 2024 al 27 Aprile 2025
Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta
Piazzetta Pietrasanta 17, Napoli
Orari: Dal Lunedì al Venerdì: dalle ore 09,30 alle ore 19,30. Sabato e Domenica: dalle ore 09,30 alle ore 20,30. Ultimo ingresso trenta minuti prima della chiusura
Telefono per prevendita: +39 3518403634
Telefono per informazioni: +39 3336095192