L’81 Mostra del Cinema di Venezia ha segnato il ritorno di Nicole Kidman, che al Lido ha portato film importanti per la sua carriera, come Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, con l’allora marito Tom Cruise, The Others di Alejandro Amenábar e Birth – Io sono Sean di Jonathan Glazer. Un ritorno felicissimo per l’attrice australiana che con Babygirl di Halina Reijn vince la Coppa Volpi come migliore attrice del concorso, battendo anche l’Angelina Jolie di Maria di Pablo Larraìn.
Babygirl, il gioco del gatto e del topo
Nicole Kidman interpreta Romy, amministratrice delegata di un’azienda di robotica e automazione, abituata al comando e al controllo in un campo dominato dagli uomini. È sposata da molto tempo con Jacob (Antonio Banderas), regista teatrale, da cui ha avuto due figlie, per le quali vuole essere una madre impeccabile. La sua vita apparentemente perfetta nasconde in realtà un segreto mai confessato: la donna non ha mai veramente trovato piacere nei rapporti sessuali con il marito, sebbene attento e appassionato, perché vorrebbe essere dominata.
La svolta avviene una mattina, quando per strada – siamo a New York – Romy vede un giovane calmare un cane piuttosto aggressivo. Grande è la sorpresa di scoprire che il giovane in questione, Samuel (Harris Dickinson), è uno dei nuovi stagisti della società. Samuel intuisce fin dal primo istante la vulnerabilità di Romy, l’esistenza di una gabbia di desiderio represso in cui il suo capo è imprigionata e, non a caso, la sceglie come suo mentore all’interno del percorso aziendale. Tra i due, come è facile intuire, si instaura una relazione sessual-romantica che, attraverso l’esplorazione delle sue fantasie masochiste, soddisfa per la prima volta Romy nella sfera più intima, mettendo però in pericolo non solo il suo matrimonio, ma anche la leadership in azienda. Inizia infatti un gioco di sesso e potere, in cui Samuel usa la gerarchia tra loro come fonte di tensione sessuale. “Anche quando litigano, anche quando si ricattano a vicenda, è pur sempre un gioco sessuale”, spiega la regista olandese, nota per il film Bodies Bodies Bodies e il suo esordio Istinct. È però Romy ad avere, in ultima istanza, il potere reale. Il loro rapporto rappresenta perciò il frutto proibito, in un’America moralista e bigotta che naviga a vista nel post MeToo. Il film inoltre delinea, anche se in maniera superficiale, lo scontro culturale tra generazioni esistente su questi temi, attraverso il personaggio dell’assistente di Romy, Esme (Sophie Wilde), che completa un ritratto più ampio del potere mutevole e delle dinamiche di genere.
L’approccio di Halina Reijn
In Babygirl, Reijn rielabora e ribalta in chiave contemporanea e spiccatamente femminile titoli come La pianista di Michael Haneke e i thriller erotici degli anni Novanta, scritti e diretti da uomini, come Nove settimane e mezzo di Adrian Lyne e Basic Instinct di Paul Verhoeven, che ha diretto proprio la Reijn – che è anche attrice – in un importante ruolo secondario in Black Book. “Paul Verhoeven mi ha sempre detto che avrei potuto fare un film solo se avessi avuto una domanda specifica. Per questa storia mi sono chiesta: siamo animali o siamo civilizzati? Possiamo fare pace con l’animale dentro di noi? È possibile che le diverse parti di noi stessi coesistano e, a nostra volta, che noi amiamo tutto noi stessi senza vergogna?”, ha dichiarato la regista nel pressbook di Babygirl. Il film racconta di una donna di potere, vittima della dualità del suo desiderio, e del percorso di liberazione e rivelazione dei suoi segreti inespressi. Per fare questo, manda in frantumi l’immagine di sé che vuole proiettare all’esterno, in un mondo in cui il desiderio sessuale femminile è ancora considerato un tabù. Per questo delicatissimo compito, Halina Reijn può contare sulla solidità e sul coraggio attoriale di Nicole Kidman, brava e credibile nel ruolo della ceo e madre di famiglia che non riesce a lasciarsi andare nell’intimità perché si vergogna di ciò che desidera. Dopo la prestigiosa vittoria a Venezia, Kidman ha ottenuto anche il National Board of Review e altre nomination dai circoli della critica Usa, mancando però le candidature più importanti – ai Sag Awards, ai Bafta fino agli Oscar – in anno dove c’è molta competizione.
La classificazione di thriller erotico non si addice a Babygirl, anzi potrebbe portare fuori strada lo spettatore. Il film targato A24, dotato di una confezione patinata e accattivante, vuole lanciare un messaggio non giudicante sui temi che tratta – desiderio femminile e dinamiche di potere – scegliendo come arma di provocazione l’ironia, se non il grottesco. È un film esplicito, ma non così trasgressivo e sensuale come si potrebbe pensare. È un titolo interessante per la posizione che abbraccia e la modalità con cui Halina Reijn la porta sullo schermo, sostenuta da un cast, e soprattutto, da una protagonista – Nicole Kidman – in gran forma e crede in quello che fa.





