Volevo La Grande Magia

Volevo magia, volevo una grande magia, la più grande magia che uomo potesse mettere in scena, in mostra. Volevo la vita, quella descritta da Eduardo De Filippo nel 1948, quella che non è stato un grande successo perché la vita non è mai un grande successo; spesso e volentieri arriva ultima a Sanremo, per poi scoprirsi sempiterna, attuale, contemporanea, grande. Come una magia, Una Grande Magia. Quella che in questi giorni Gabriele Russo porta al teatro Bellini fino al due novembre, il giorno dei morti, il giorno della morte, come quella che nemmeno Eduardo può spiegare, come un trucco di magia mal riuscito, o riuscito troppo bene.
Un’opera attuale una “commedia nera, a tratti drammatica, così ambigua e scivolosa, non ristretta al discorso sulla famiglia, priva di retorica, sospesa fra realtà e finzione, fra fede e disillusione, teatro e vita, vero e falso.”

La grande magia, e come possiamo mai capire una magia? Possiamo solo lasciarci andare e viverla, fidarci, illuderci. L’illusione è tutto nella vita, questo lo sanno bene i maghi, lo sa bene il mago della commedia, Michele Di Mauro, in arte Otto Marvuglia, un manipolatore, un truffatore, illusionista da quattro soldi pronto a uccidere dei teneri uccellini pur di far credere che tutto sia possibile, per un applauso finto. Pronto a corrompere, raggirare con le parole, portare dalla sua parte, anche la polizia, anche il brigadiere Gennaro di Biase, per un inganno senza tempo, che se il tempo non esiste non esiste il tempo di mangiare, il tempo di dormire. Il tempo del tempo che passa quello si, però. Quello dei capelli grigi, quattro anni e una gabbia di bugie.
Un mago, intrappolato nelle sue stesse magie. Mago che diventerà magia, burattinaio mutato in burattino, tutto per cinquantamila lire.
Truffare, tirare a campare, sognando i grandi teatri, sognando il Bellini, accontentandosi di spettacoli negli alberghi.

Nella hall dell’Hotel Metropol tra trucchi e inganni farà una grande magia. Una donna sparirà, una moglie amante scapperà e al suo posto farà comparire l’amore, l’illusione dell’amore. Nella splendida sala d’ingresso di questo albergo, ricca di piante, che diventerà poi la casa del mago piena di oggetti e cianfrusaglie e trucchetti, infine una casa vuota, spoglia, piena d’amore e follia, per le meravigliose scenografie di Roberto Crea e le luci di Pasquale Mari, si incontrano all’inizio tutti i personaggi di questa assurda storia. Personaggi in cerca di verità personali, punti di vista puramente soggettivi perché le realtà sono tante, quanti almeno sono gli attori in scena, e non sono pochi, e non sono tutti napoletani, la lingua napoletana si fa qui nazionale per uno spettacolo che girerà fino a febbraio in tutta Italia. Undici attori. Tanti che rideranno alle spalle di un uomo geloso , un uomo troppo geloso per poterlo dire innamorato, divorato dal suo stesso amore. Un uomo che risponde al nome di Calogero Di Spelta, al tempo Natalino Balasso.

La grande magia, e come possiamo mai capire una magia? Possiamo solo lasciarci andare e viverla, fidarci, amare, proprio come Calogero. L’amor che move il sole e le altre stelle, fortunati quelli che lo hanno provato, sfortunati quelli che lo hanno provato. Un sentimento così potente e strano che anche solo a sfiorarlo possiamo rimanere folgorati.

Impazzire d’amore, impazzire per assenza d’amore.
Natalino in un atto estremo di fiducia si lascerà andare alle manipolazioni magiche del mago.
Tutte le sue speranze, i sogni e i desideri verranno riposti in una scatola, guai ad aprirla. Guai a guardare in faccia alla realtà. Ma quale realtà poi? Quella che immaginiamo, quella che pensiamo o quella che vediamo? Cosa è vero? Cosa è falso?

L’illusione della realtà può essere più potente della realtà stessa. Lo sa bene la moglie di Calogero, lo capisce il mago. Lo sente il servitore.
Si capovolgono i ruoli, ciò che è non è più e ciò che non era sarà.

Eduardo De Filippo nel 1948 con questa commedia parlava una lingua che avremmo scoperto solo dopo essere la nostra, la stessa di Gabriele Russo. Contemporanea nel suo essere cosi assurda e reale. I maghi che imbrogliano e mentono e manipolano non vi ricordano gli imbonitori televisivi? Una madre e una figlia in particolare? La gelosia e i gesti violenti di certi uomini non vi ricordano i sempre presenti casi di cronaca? Parenti che imbrogliano, che confabulano alle spalle, che raggirano. Parenti serpenti, sarebbe arrivato parecchi anni dopo.
La scatola come la valigetta di Pulp Fiction, non importa davvero quello che contiene, importa quello che pensiamo, quello che vogliamo contenga, quello che immaginiamo. Siamo pronti a morire per essa.
La merda d’artista di Piero Manzoni ha valore proprio perché non conosciamo davvero il suo contenuto. Ha valore perché lo dice l’artista. Potremmo accertare e conoscere solo aprendola, ma così facendo la distruggeremmo, annientando il suo vero potere.

Una scatola magica è magica perché lo dice il mago Otto. Aprendo la scatola, finisce la magia, si interrompe il gioco. Non importa davero il suo contenuto, importa la magia. La grande magia.
Quella in scena al teatro Bellini fino a domenica.

 

La Grande Magia
di Eduardo De Filippo

regia Gabriele Russo

con
Natalino Balasso nel ruolo di Calogero Di Spelta
Michele Di Mauro nel ruolo di Otto Marvuglia

e con in o/a
Veronica D’Elia – Amelia Recchia
Gennaro Di Biase – Mariano D’Albino e Brigadiere di P.S.
Christian di Domenico – Arturo Recchia e Gregorio Di Spelta
Maria Laila Fernandez – Signora Marino e Rosa Di Spelta
Alessio Piazza – Gervasio e Oreste Intrugli (genero Di Spelta)
Sabrina Scuccimarra – Zaira (moglie di Marvuglia)
Manuel Severino – Cameriere dell’albergo Metropole e Gennaro Fucecchia
Alice Spisa – Marta Di Spelta e Roberto Magliano
Anna Rita Vitolo – Signora Zampa e Matilde (madre Di Spelta)

scene Roberto Crea
luci Pasquale Mari
costumi Giuseppe Avallone
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
foto Flavia Tartaglia

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale