Venezia 79 – Tár, la recensione del film con Cate Blanchett

Se c’è un genere sempreverde nel cinema è certamente quello del biopic. Ma TÁR di Todd Field, che torna alla regia a 16 anni dall’ultimo lungometraggio Little Children, è in realtà un biopic inventato, costruito e cesellato sul carisma e sulle infinite capacità di Cate Blanchett, chiamata a incarnare Lydia Tár, rivoluzionaria direttrice di una delle principali orchestre tedesche, musicologa e compositrice.

La sceneggiatura è stata scritta appositamente per lei. Avesse rifiutato il ruolo, il film non sarebbe mai stato fatto. La star due volte premio Oscar ha risposto con una performance straordinaria, per la quale ha imparato a suonare il piano, parlare tedesco e dirigere un’orchestra. Grande favorita alla notte degli Academy Awards, il prossimo 12 marzo, Cate Blanchett ha già conquistato con merito la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Anche Todd Field è in lizza con tre prestigiose nomination, candidato come produttore, regista e sceneggiatore.

Lydia Tár, tra pubblico e privato

TÁR si apre con la lunga intervista tra il vero scrittore Adam Gopnik e Lydia Tár sul palco del New Yorker Festival. L’espediente narrativo permette di condensare il curriculum impressionante della donna  – gli studi, i titoli, i riconoscimenti prestigiosi, i primati raggiunti – la sua visione totalizzante della musica e i progetti imminenti: la presentazione del suo libro e, soprattutto, la registrazione dal vivo della Quinta Sinfonia di Mahler con la Filarmonica di Berlino, che rappresenta l’apice della sua carriera. 

Il film presenta allo spettatore i vari tasselli che compongono, almeno in apparenza, il mosaico “Lydia Tár”. Giù dal podio la donna è, infatti, anche una mentore, perché gestisce un programma di borse di studio per giovani donne direttori d’orchestra. Omosessuale dichiarata, vive una relazione a lungo termine con il primo violino di Berlino, Sharon Goodnow (Nina Hoss), crescendo insieme la loro figlia adottiva siriana, Petra (Mila Bogojevic). Le settimane che precedono la registrazione per la Deutsche Grammophon a Berlino sono dunque cruciali per la musicista, che però è sempre più inquieta e nervosa.

La maschera di perfezionista inappuntabile inizia, infatti, a creparsi, quando diventano evidenti i comportamenti predatori e manipolatori che Lydia Tár esercita sulle donne che la circondano. Fra queste, dobbiamo annoverare l’assistente personale Francesca Lentini (Noémie Merlant), anch’essa aspirante direttrice d’orchestra, e una giovane violoncellista russa che entra nelle grazie della protagonista. La posizione della Tár è minacciata dal suicidio di un’ex allieva (e amante?). A comprometterne la reputazione è anche un video montato ad arte di una masterclass alla Juilliard in cui critica un allievo che si rifiuta di suonare Bach per la sua misoginia.

Recensione di TÁR di Todd Field con Cate Blanchett
Cate Blanchett è Lydia Tár nel film diretto da Todd Field TÁR. Credit: Courtesy of Focus Features

TÁR, l’autodistruzione di un talento

TÁR, lo abbiamo detto, non è un biopic ma il ritratto di una grande personalità che si sgretola sotto i colpi delle sue fragilità, del suo narcisismo distruttivo e di abusi che chiedono il conto perché – oggi più che mai – non possono essere perdonati o silenziati come in passato. Ricostruendo con accuratezza il feroce milieu internazionale della musica classica, Todd Field realizza una intelligente e provocatoria disamina del potere, del suo impatto sulle persone e del cortocircuito che lega arte e cancel culture. Il regista di In the Bedroom ha la notevole idea di raccontare una donna di talento e potere che agisce come i peggiori predatori, come gli uomini colpiti e affondati dal movimento #metoo, per attirare l’attenzione sul funzionamento generale del sistema di potere e di come questo si perpetua, al di là delle irrisolte questioni di genere. 

Non è un film perfetto TÁR, perché non mantiene alta l’asticella della tensione e della riuscita per tutta la sua imponente durata. La sua cifra estetica, debitrice del cinema d’autore europeo, rischia poi di freddare gli animi di molti spettatori. La costruzione di un personaggio ambiguo e magnetico, frutto dell’incredibile collaborazione tra Todd Field e Cate Blanchett, vale comunque la visione per una storia di disgregazione che dice molto della nostra società odierna.