Non Ora, la personale di Grazia Famiglietti

No, non ora non qui. Non qui non ora, sospesa in un luogo lontano dal tempo e dallo spazio, l’artista Grazia Famiglietti, complice la sua curatrice Benedetta Bottino, ci ha portato nel mese di maggio, mese di speranze dorate e fioretti, di rose dipinte e orpelli, di promesse mai mantenute e di situazioni che si perdono, nel cuore di Napoli, nelle viscere della terra, giù nell’Acquedotto Augusteo del Serino curato dall’Associazione Vergini Sanità.

Questo luogo, un monumento tra passato e presente, un ponte che unisce generazioni e oltrepassa secoli è diventato goccia che trabocca, chiave che gira, scintilla che illumina per l’artista Famiglietti che lo ha immaginato come cornice ideale per una sua personale sul tempo, una riflessione che l’ha accompagnata nell’ultimo anno, un tempo che per qualcuno può sembrare infinito, per qualcun altro può volare, per i più un anno è solo un anno, solo trecentosessantacinque giorni che passano. Non è così per Grazia, non è stato così. Non ora, non qui. Prendendo spunto dai grandi filosofi del passato l’artista ha creato un percorso nell’acquedotto del serino, lo stesso magari intrapreso proprio dall’acqua che qui si fermava.

Otto opere che insieme formano un unico corpo per interrogarsi sul tempo inteso come presente sospeso, che è qui e non è qui. Che è ora, senza esserlo veramente. Tempo passato, tempo trascorso come l’acqua che passava, come l’acqua che era e adesso non è più. Tutto è fermo, tranne lo scorrere degli elementi che è possibile sentire ancora adesso dopo secoli sulla pelle. Una pelle sensibile la nostra, come la pelle delle opere che abbiamo osservato nelle viscere della terra. Opere che l’artista e la sua curatrice ogni sera hanno riportato in superficie per riportarle la mattina dopo. Perché il tempo che è stato è un tempo depositato, un tempo che ha dialogato con i lavori in mostra che parlano a loro volta proprio del tempo che è stato. Un tempo che ci accompagna attraverso note e silenzi che Benedetta Bottino ci fa ascoltare, assecondando così la mostra, trasformando in musica il lavoro prezioso di Grazia, diventando l’una parte imprescindibile dell’altra.

Ci ritroviamo così come in un labirinto nel passato che ritorna e che diventa presente. E proprio da un labirinto vogliamo partire per parlare delle otto opere esposte.

Ramificazioni, forse uno dei lavori più grandi. Quelli che a prima vista possono sembrare palazzi e grattacieli sono pareti di un grande labirinto, che poi in fondo una città  altro non è che questo, un luogo dove perdersi per poi forse ritrovarsi.

Pareti alte da cui spuntano dei rami, dei fiori, la natura che si riprende il suo spazio mentre noi siamo impegnati a trovare una via d’uscita, a trovare un senso alla complessità del mondo. Ci perdiamo tra un passato che bussa aspettando un futuro che non c’è inquinando il nostro presente, tre tempi che si fondono e si confondono come nelle opere di Borges che immagina un labirinto per rappresentare la molteplicità della cose. Pochi punti fermi, poche luci da seguire, come lucciole nella notte sono i fiori che escono e salgono dalle pareti. Fiori d’oro da seguire nel buio. Le nostre stelle fisse.

Tutto ciò che ci guida è prezioso, come l’oro, elemento ricorrente nelle opere di Grazia Famiglietti. La vita è preziosa, il tempo è prezioso, quello passato e ancora di più quello presente. E forse ancora di più la nostra percezione del tempo. Che come l’acqua non scorre sempre allo stesso modo. Esiste per esempio il tempo dei meridionali dove il tempo futuro non esiste, è incerto. Nel napoletano viene sostituito dall’indicativo presente e dal condizionale. Non abbiamo tempo per pensare al futuro.  Abbiamo il Vesuvio, abbiamo i terremoti.

Bisogna concentrarsi sul presente. Così nell’opera Presente Sospeso, che apre la mostra, una sfera perfetta è sospesa in un paesaggio metafisico, surreale, fermo nel tempo. Un campo di grano, una sola distesa dorata è il nostro passato e la sfera, il nostro personale pianeta è sospesa su questo campo.

Presente sospeso apre la mostra di Famiglietti, e noi come in un labirinto che si rispetti ci arriviamo dopo la fine per capire finalmente che il passato è importante, il passato è prezioso. Sono i nostri ricordi che vanno a formare le persone che siamo, il nostro rapporto con loro è la chiave di lettura di tanto presente. Proprio per questo continuando a perderci ci ritroviamo ad ammirare l’installazione site-specific che Famiglietti  ha pensato per l’acquedotto. La rete della memoria, dove il passato diventa presente.  L’artista ha chiesto ad alcune persone di donargli oggetti importanti del proprio vissuto. Ricordi della loro vita che lei ha recuperato e reso preziosi attraverso l’oro. Ha fermato il tempo. Floppy, macinini, santini, figurini, pagelle, vecchi telefoni, giocattoli, macchine fotografiche.  Come un pescatore di vita l’artista ha raccolto ricordi resi incorruttibili anche contro la vita stessa, proprio come l’oro.

Oggetti ritrovati, il caso che diventa arte tra le mani sapienti di chi sa guardare, di chi va oltre lo stesso gioco della vita.  Di chi, come gli artisti, sanno giocare a Il Gioco del tempo. Opera che rappresenta due dadi lanciati, sospesi nel vuoto.

Perché forse il caso non esiste, ma noi comunque non possiamo di certo controllarlo. Quello che possiamo provare a fare è rendere ogni momento unico e irripetibile, magari dipingendo i numeri dei dadi d’oro. Perché ogni attimo è prezioso. Ogni attimo che riusciamo a cogliere è quel momento fuggevole che è il tempo dell’occasione. I greci usavano due termini per indicare il tempo kronos e kairós. Kronos indicava la durata, kairós significava invece il tempo opportuno, la buona occasione, il momento propizio o tempo di Dio. Così Grazia Famiglietti dipinge una linea in equilibrio come di bilancia sospesa. Dipinge l’intuizione che sta dietro al significato di Kairos, piume sospese, incollate, dipinte, regalo di Benedetta Bottino, piume del tempo che tutto sottomette. Piume del tempo che vola nel vento, con ai piedi un paio d’ali .

Piedi che corrono, che scappano, che prendono il largo. Piedi che sono il nostro muoverci nel tempo e nello spazio inseguendo forse l’idea stessa di noi.

Quella che inseguiamo per tutta la vita senza mai afferrarla veramente come

ci mostra Grazia nell’opera Utopia. Un paio di piedi, visti da dietro che camminano, verso l’orizzonte e oltre. Una stampa su plexiglass per inseguire i nostri sogni. Perché se è vero che l’utopia come l’orizzonte si sposta sempre più avanti ad ogni nostro passo, è pur altrettanto vero che è il motivo stesso che ci porta a camminare. Piccolissimo particolare, Utopia è l’unica opera senza rifiniture in oro perché l’utopia stessa è l’oro che inseguiamo.

Sta a noi capire poi dove andare se scendere verso gli abissi, nell’Ade, nell’Acquedotto Serino o salire verso la luce, il sole, Apollo o ancora fare dei giri, come in una spirale eterna dove il tempo lineare si fonde con quello ciclico. Evoluzione, l’opera, ci mostra una strada a chiocciola che può portare tanto dentro noi stessi, tanto fuori salvandoci.

 

L’evoluzione è salvifica, perché ci permette di guardare tutto da nuove prospettive e ritornare a quegli attimi avendo l’illusione di poterli cambiare.

Quegli attimi che sono eterni e che continuano a tornare dal passato come onde del mare, come onde di un mare mosso e agitato dalla coda di una balena. Animale eterno, Eterno Ritorno, ancestrale che merita tutto il nostro rispetto e ammirazione. Grande e importante proprio come ogni attimo che viviamo e che merita di essere vissuto con la piena consapevolezza di quello che rappresenta e con la leggerezza di chi sa che comunque vadano le cose avrà vissuto al meglio delle proprie possibilità lasciando ricordi preziosi che un’artista da qualche parte ha reso immortali qui e NON ORA. Nonostante il tempo.

 

 

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