Manson alla Galleria Toledo di Napoli

Mentre fuori nel mondo tutti corrono spinti dalla frenesia del primo regalo da comprare, seguendo il flusso delle lucine colorate, lo sconto pazzo dei black qualcosa e i buoni da consumare che altrimenti scadono come alimenti dimenticati in un vecchio frigo, nei quartieri spagnoli, alla fine di via Concezione a Montecalvario, una salita che potrebbe metterci a dura prova, come una metafora, al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo è in corso un processo. La compagnia romagnola Fanny & Alexander nella figura di Andrea Argentieri, unico interprete, mette in scena un processo americano che sconvolse il mondo. Porta su un palco tutto nero Charles Manson.

Mentre fuori piove, la serata perfetta per un processo, dentro tutto è nero, buio pesto, il palco è vuoto, come le nostre anime, come le nostre tasche. Se non fosse per quel piccolo insignificante particolare, quell’unico lampo di luce in lontananza che ti fa sperare in un temporale salvifico. Quel lontano ricordo, quella parola che hai sulla punta della lingua. Che ovviamente non ricorderai. Che di sicuro non scorgerai.

Buio pesto, il nero è profondo. Parole bianche, frasi scritte iniziano a raccontare la storia di un ragazzo. Storie americane, che non sono poi così lontane. Che abbiamo imparato a conoscere, ad amare. Conturbati come siamo dal male, affascinati dal lato oscuro. Una scrittura concreta, precisa, tagliente, per la drammaturgia di Chiara Lagani. Come una macchina da scrivere che non vediamo, un rettangolo nero  ci racconta la vita di Charles Manson, la madre, lo scambio, una lattina di birra. Il riformatorio, la prigione, dentro e fuori, fuori e dentro. I favolosi anni cinquanta americani. Happy days. Fonzie, da un lato, Manson dall’altro. Guide spirituali.

Tutto  è accompagnato dal progetto sonoro di Luigi De Angelis, un tappeto sonoro che senza filtri e mezzi termini ci accompagna a Los Angeles nell’agosto del 1969 nella villa di Roman Polansky. Urla, urla, urla. Porte che fanno rumore, passi. Suoni strani. Sua la regia, sue anche le luci. Ma quali luci? Lo scopriremo poi. Per adesso siamo nel buio più profondo, quello delle nostre anime, dell’anima di Charles Manson, delle coscienze americane. Sharon Tate, attrice e moglie del regista, incinta all’ottavo mese, insieme a degli ospiti, viene massacrata  una notte. Sangue, pugnali, risate e ancora urla, urla, urla. Il nero soffoca, i suoni anche, le parole fanno male. Più degli occhi, che non vediamo ma immaginiamo. Una storia che abbiamo sentito tante volte adesso ci tocca, nel profondo. Non c’eravamo, adesso ci siamo. Tex, Susa, Patricia, e noi, mandati. Charles Manson mandante.

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Buio pesto, nero profondo eppure quella parola ritorna, quel ricordo viene a galla e le luci lontane, quel lampo nella notte, sono all’improvviso vicine.  Di spalle, in fondo, una figura seduta è sempre stata con noi, sempre stata vicino a noi. Andrea/Manson, illuminato da Luigi de Angelis, si alza, ci viene incontro. Con sé una sedia a rotelle, protagonista. Le ruote girano, stridono, scuotono.

Luci fredde, basse a illuminare il suo volto, quello di Charles/Argentieri, una tuta, capelli arruffati, barba incolta. Che lo spettacolo abbia inizio. Charles Manson lei prova rimorso? Uno contro tutti , tutti contro Manson. Il pubblico è chiamato a partecipare attivamente. Diventa giuria, giudice, avvocato.  Lei si considera innocente.  Forse è meno colpevole chi induce all’omicidio di quanto lo sia l’assassino? Pone domande, accusa, chiede, e in qualche modo si interroga lui stesso. Vuole sapere in particolare. Cosa è veramente importante, cosa stuzzica la nostra perversa curiosità. Si è mai innamorato di qualcuna delle sue ragazze? Tra una trentina di domande, scelte tra le tante interviste e interrogatori fatti nel corso degli anni, a turno, in maniera del tutto casuale, le persone danno la possibilità a Manson di rispondere. La sua voce, le sue parole. Testuali parole  Andrea è Charles, occhi fissi sul pubblico. Si siede, scruta. Si alza, parla con le persone. Un’altra domanda. Ripeti, alza la voce. Non voglio rispondere a questa domanda. Che importa? In americano, quello parlato in Ohio, racconta  se stesso e l’America di quegli anni. Il Vietnam, il capitalismo. Lo stile di vita degli alleati. Il perbenismo imperante. La religione. Charles Manson lei crede in Dio? È vero che diceva di essere Gesù Cristo?

 

 

Andrea Argentieri è un catalizzatore di attenzioni. Tra una domanda e l’altra il silenzio diventa protagonista. Lo sguardo sornione, il sorriso beffardo. Un guanto di sfida lanciato. Chi sta giudicando chi adesso? Cosa c’è veramente in ballo. Quali domande che non sono scritte vorremmo porre poi dopo. Cosa si prova ad essere chiamato mostro?  E chi sono i veri mostri alla fine. Cosa stiamo giudicando davvero? Charles Manson siamo noi?  Giudichiamo le sue azioni e il nostro stile di vita? La nostra indifferenza. Le nostre azioni e il suo stile di vita?

 

Stiamo empatizzando con il cattivo, siamo il cattivo. Le certezze vacillano ma il tempo incalza. Per fortuna forse. Chissà.  Tante domande restano in sospeso, domande non scritte, che non possiamo pensare né dire ad alta voce. Intanto giustizia è fatta. Una luce rossa, un gong. Abbiamo bisogno di un capro espiatorio. Occhi sbarrati ci guardano, ci scrutano. Nessuno parla più, non c’è più tempo per fare domande. Non c’è più modo di porsi domande. Se non possiamo dire che sia responsabile il mandante di un omicidio, né chi lo ha commesso ( perché era plagiato ) di chi è la responsabilità? Perché delle viste sono state spezzate. Cosa pensa della manipolazione?

Luce rossa, luce bianca. Possiamo tornare al nostro mondo ovattato, di liste regalo e sorteggi. Di ricchi premi e cotillon.

Black Friday, black Saturday, black tutto. Il nero che avanza. Gli occhi di Andrea Argentieri che ci guardano da lontano.

 

 

 

 

 

drammaturgia, costumi Chiara Lagani
regia, luci, progetto sonoro Luigi De Angelis
con Andrea Argentieri
consulenza linguistica e fonetica Gabriella Gruder-Poni e David Salvage
organizzazione e promozione Maria Donnoli, Marco Molduzzi, Martina
Barison, Francesca Volpato
tecnica Andrea Gianessi
amministrazione Stefano Toma e Marco Molduzzi