Legna per l’inverno, il disco d’esordio di Francesco Verrone

Mancano pochi giorni all’inverno, a un nuovo inverno dell’anima così l’unica cosa che vogliamo è trascorrere una serata tra luci soffuse e vino rosso, mettere su un disco, uno di quelli che ci hanno accompagnato durante tutto questo assurdo e prezioso 2025 e restare abbracciati, ancora una volta. Un disco piccolo, diciotto minuti come di età promessa, di età maggiorenne. Sei pezzi, affreschi di una vita, quella di un cantautore napoletano di nome Francesco, in arte Verrone che raccontano il ricordo, gli amori che ci sono stati, quelli che sopravvivono all’acqua alta, quelli che si tenevano insieme solo con la colla e quelli che potevano essere ma non sono stati.

Voce e chitarra, voce e pianoforte, voce e parole taglienti, precise, dirette che ti prendono per mano e ti portano dove vuole lui, dove vuole Verrone, in arte Francesco. In Danimarca, in Inghilterra, lontano sulle sponde di un fiume ad aspettare l’estate, su una spiaggia isolata a vedere i gabbiani volare tra barche in sosta e furgoni sulla costa, in qualche città a bussare ai citofoni, a scovare lucciole scambiandole per lampioni, fuori a una porta cercando una scusa, scoprendo un pretesto, scoprendoci inutili come la bellezza, come la voglia, come il ricordo.

Questo primo disco di Verrone, uscito per la Disordine Dischi è un disco spazio temporale dalle coordinate sognate e sognanti. Come restare fermi da qualche parte e scoprire che possiamo muoverci lungo le linee guida della nostra vita seguendo la chitarra di Francesco, i suoi arpeggi. Come protagonisti di serie tv, che hanno fatto la storia, ritrovarci da qualche parte, su qualche isola e restare lì su strade dipinte di sole con sorrisi confusi in fiume di gente.

Francesco ci ricorda senza giri di parole inutili che importante è raccogliere Legna per l’inverno. Mettere insieme i nostri ricordi, le paure che hanno contaminato i ricordi, e poi le sensazioni e i paesaggi, quelli di fuori ma ancora di più quelli di dentro, partire o restare e andare. Esserci comunque. Siamo lontani, ma non ci siamo persi, ecco perché è inutile preoccuparsi, è inutile dannarsi o stare male. E se proprio vogliamo crogiolarci nel dolore anche solo per un istante, anche solo per stringerci in quella coperta che sa di buono possiamo prendere il disco tra le mani, pulito, essenziale, bianco, elegante, semplice e imbatterci nelle fotografie di Laura Zimmerman che accompagnano il libretto. Scatti mossi, sfocati, dai contorni non netti. Paesaggi dell’anima, come di ricordi che con il passare del tempo cambiano, come ci racconta Verrone tra le sue canzoni.

La prima traccia è una dichiarazioni d’intenti. Copenaghen. Quella che al primo ascolto sembra essere una canzone d’amore e di fatto lo è davvero, ma non per una persona altra da noi. Verrone, Francesco, Francesco Verrone, io, tu, sembra parlare a se stesso, Fidati di me, fidati di Francesco.

A piccoli passi, in punta di piedi si apre il brano, si aprono i cuori e si allargano, come di tasti di pianoforte. Entriamo così nel suo mondo e tutto diventa naturale, più semplice e sopportabile. Sta per entrare l’inverno e noi non possiamo fare altro che prepararci. Fare legna. Ha un approccio pratico, dobbiamo fidarci. Possiamo durare se ci fidiamo e allora eccoci qua. Pochi secondi e Francesco ci tende la mano. Possiamo solo lasciarci andare, ci rivedremo forse, dove sai, come sai. Copenaghen e siamo già qui tra le sue parole, tra le sue preghiere. Francesco lo sa, un cuore rotto si riparerà, non serve a niente preoccuparsi ora.  Così inizia piano piano saltellando tra tasti a tenerci se ci teniamo, fermi a guardare l’orizzonte, su Il molo di Brighton, la seconda traccia. Una suggestione, una nuova emozione. Come di ricordi deliziosi torniamo agli amori che sono stati, quando giocavamo come bambini, su un albero a raccogliere gelsi. Un bambino che chiude gli occhi pensa che nessuno riesce a guardarlo, giocare a nascondino come stile di vita. Trovarsi e ritrovarsi, giocare al silenzio, tu vinci io perdo, io vinco tu perdi. Alla fine mi accontento, resto nel ricordo di noi con le mani sulla faccia. La semplicità  nelle piccole cose, nei giochi d’amore. Siamo in mare aperto, possiamo solo farci trasportare. Anche se poi alla fine che cosa rimane di noi? Siamo ricordi senza via di scampo al L’ora blu, la terza traccia. Ci sono gli arpeggi di chitarra che ci accompagnano, come legna per l’inverno che brucia, ci riscaldano, il rumore del fuoco, gli occhi chiusi. Seduti da qualche parte guardiamo fuori e dentro di noi in quell’ora strana dopo il tramonto ma prima della notte fonda quando tutto è sospeso. Così siamo lì, in bilico nel tempo e nello spazio quando qualcuno bussa senza preavviso, viene e va via, resta, torna qui e va via.

Senza avvertire, senza indugiare, come solo certi amori veri sanno esserlo e così noi restiamo con Verrone, ci guardiamo intorno, capiamo che non c’è gloria, non c’è vittoria. Non ci sono vinti né vincitori, senza via di scampo. È  solo un momento, tanto basta per sentire un cuore che batte. Un cuore che scompare lentamente. Selene, la quarta traccia, ci mette alla prova senza nemmeno saperlo. Quando siamo lì che cerchiamo una scusa anche solo per sentirci un attimo e tutto sembra un pretesto per sentirla, per sentirti mia dolce creatura elfica.

Parlavi poco, io capivo sempre meno ma quello che mi resta dovevo saperlo, dovevo aspettarmelo. Non c’è cuore che non sappia davvero come stanno le cose, anche se io continuo a stare qui a strappare le erbacce del vostro giardino, lo sapevo da sempre.

 

Ancora una volta Verrone ci porta nei ricordi, quelli indecenti, quelli che non vorremmo nemmeno raccontare a noi stessi. Cosa darei per tornare al mio posto e meravigliarmi di ogni tuo gesto, di ogni sguardo che disapprova, di un gatto trovato per strada, di una  strada trovata seguendo un gatto, di un movimento contro corrente, della pioggia che ti bagna il viso e che segna il cuscino. Bagnata lei, bagnati noi. Ti lascio per ultima tra i desideri e mi lascio portare da Verrone in Un fiume in piena verso nuovi mondi musicali che si aprono prima di arrivare all’ultima traccia. Universi che si espandono lentamente mentre noi aspettiamo l’estate. Sessioni musicali che deflagrano come quando corri e i cuori e polmoni si aprono. Fiumi che vanno e cambiano e regalano nuovi sapori.

Bisogna però arrivarci al fiume, al nuovo e così ci muoviamo in maniera furtiva tra note e arpeggi. La felicità non chiede indicazioni ed è capace di metterti nell’angolo, trovare spazio per quell’unica persona che ti guarda rapita mentre disegni, che ti risponde a tratti, a scatti e arpeggi, proprio come la chitarra di Verrone, proprio come lei.

Uno spazio nell’angolo solo per lei che non sa più, che non lo sa che sono vivo solamente accanto a te, oppure fa finta, oppure è un ricordo. Così la batteria va corre, si muove lontano mentre la chitarra si spegne. Il cuore va, continua a battere fino  a spegnersi. La legna per l’inverno è ormai tanta e accatastata come ricordi e sensazioni.

Non ci resta che aspettare ancora qualche giorno, lasciare andare sogni e desideri, donne e amori nascosti e ricominciare da capo,  che tanto un cuore rotto si riparerà a Copenaghen come a Napoli se Francesco Verrone, in arte solo Verrone continuerà a prenderci per mano.

Andare lontano per ridere di gusto per chiudere il disco.

Lontano come se da lontano qualcuno stesse scrivendo, cantando, disegnando per lei che non c’è più.

Tutto finisce con un battito di cuore, quello di Francesco, nemmeno più Verrone. Solo Francesco.