La Geometria del Silenzio: Interrogativi sull’Opera di Franco Sortini

Può uno Sguardo Imporre un Ritmo al Caos?

Entrare in una mostra come “Kenofilia – Racconti dello sguardo” di Franco Sortini, allestita negli spazi della PIMAC, la Pinacoteca d’Arte Contemporanea di Montoro, significa sottoporsi a un’esperienza che va oltre la semplice osservazione.

Presentata con la competenza di Luigi Cipriano, Coordinatore Regionale della FIAF Campania, e realizzata con il supporto di associazioni culturali come Contemporaneamente APS, la mostra si rivela non come una collezione di opere, ma come un percorso attentamente orchestrato. Non è forse questo il primo indizio di un’intenzione autoriale forte? La curatela impeccabile non si limita a disporre le fotografie, ma costruisce una narrazione visiva, un sentiero intellettuale ed emotivo per lo spettatore. Il riconoscimento ufficiale della FIAF conferisce un peso istituzionale, ma è la sensazione di un disegno preciso, di un pensiero che guida ogni accostamento, a suggerire che il significato di ogni singola immagine venga amplificato, se non addirittura trasmutato, dalla sua posizione nella sequenza. Ci si chiede, allora: stiamo guardando delle fotografie o stiamo imparando un nuovo modo di guardare?   

Inaugurazione Mostra Franco Sortini Foto Ljdia Musso
Inaugurazione Mostra Franco Sortini Foto Ljdia Musso

Un Ritmo Scandito dall’Economia e dalla Geometria

Il ritmo di questo percorso è scandito da una progressiva sottrazione. La mostra, che raccoglie una ricerca sul paesaggio urbano condotta tra il 2020 e il 2025, si sviluppa come evoluzione del precedente e fondamentale progetto “Un luogo neutro”. Le opere iniziali, complesse e descrittive, spesso concepite come dittici o trittici per la loro ricca costruzione visiva e cromatica, lasciano gradualmente il passo a composizioni più minimaliste e metafisiche. Questo deliberato “svuotamento” è la fonte della cadenza che si percepisce attraversando le sale. L’economia formale diventa il metronomo dell’esperienza: l’occhio, liberato dal superfluo, è costretto a concentrarsi sull’essenziale, sulle linee pure, sulle campiture geometriche. Questo processo di distillazione visiva non è forse una metafora del metodo stesso dell’artista?

La struttura della mostra sembra replicare il suo processo creativo: un viaggio che parte dalla complessità del reale per approdare a una sintesi quasi astratta, dove il silenzio e lo spazio tra le forme diventano eloquenti quanto le forme stesse.   

Eliana PETRIZZI, Direttore artistico PIMAC - Inaugurazione Mostra Franco Sortini Foto Ljdia Musso
Eliana PETRIZZI, Direttore artistico PIMAC – Inaugurazione Mostra Franco Sortini Foto Ljdia Musso

La Città Ideale come Vocazione

Questa ricerca di sintesi affonda le radici in una vocazione che accompagna Sortini da decenni: l’indagine del paesaggio urbano. Il suo lavoro si concentra sulla “città vuota”, un’ossessione che insegue il concetto rinascimentale della “città ideale”, un luogo dove poter finalmente trovare “ordine nel caos”. In questo contesto, il titolo “Kenofilia” — l’amore per gli spazi vuoti — appare come una dichiarazione di poetica. Svuotare la città della sua componente umana, caotica e imprevedibile, permette forse alla sua vera anima, quella geometrica e strutturale, di emergere? La fotografia di Sortini, dunque, non è un atto di documentazione, ma di purificazione. La macchina fotografica diventa lo strumento per mondare il paesaggio urbano dai suoi elementi transeunti, per rivelare l’architettura perenne che si nasconde sotto il frastuono della vita quotidiana.   

“Rendere Visibile l’Invisibile”: Una Missione Fotografica

Franco Sortini Foto Ljdia Musso
Franco Sortini Foto Ljdia Musso

Esiste una scuola di pensiero, legata a un grande maestro della fotografia italiana, secondo cui “lo scopo dell’arte è rendere visibile l’invisibile“. In questa visione, l’immagine non è una scoperta del mondo esterno, ma una rivelazione del mondo interiore: “La fotografia non è ciò che vediamo, è ciò che siamo“. 

L’opera di Franco Sortini sembra incarnare pienamente questa missione. Quando fotografa la facciata spoglia di un edificio industriale o un orizzonte urbano deserto, sta semplicemente registrando un’architettura? O sta, come suggerisce un’attenta osservazione, trattando il paesaggio come un’alternanza di campiture di colore e geometrie, rivelando così una realtà astratta che sfugge a uno sguardo distratto? La conferma più potente, sebbene implicita, arriva dalle note della stessa mostra “Kenofilia”, dove proprio il suo mentore descrive il lavoro di Sortini con le medesime parole, affermando che egli “rende visibile l’invisibile”. È un passaggio di testimone, il riconoscimento di un’eredità grammaticale.   

Luigi Cipriano Coordinatore Regionale FIAF Campania Foto Ljdia Musso
Luigi Cipriano Coordinatore Regionale FIAF Campania Foto Ljdia Musso

La Geometria come “Pretesto”

All’interno di questa grammatica visiva, la composizione non è mai un mero esercizio di design grafico. Come affermava il maestro, “La mia non è geometria… È contenuto della forma”. La geometria è un “pretesto”, un’impalcatura necessaria per esplorare qualcosa di più profondo. L’obiettivo è “sezionare forme decisive di mondo”, isolare gli elementi fino a trovare una “sezione aurea” dove nulla è superfluo e tutto è necessario. Questo principio è evidente nel lavoro di Sortini, descritto come dotato di un “impianto classico” e di una “prospettiva centrale” che delinea il profilo dell’architettura. Viene da chiedersi: questa struttura così rigorosa è il fine o il mezzo? Quando Sortini presenta una delle sue composizioni minimaliste, non sta forse operando per sottrazione, secondo il principio del “cancellare per eleggere”? E se è così, cosa viene “eletto” nei suoi silenti paesaggi urbani? Forse una forma di quiete, una stabilità metafisica che è l’esatto opposto del dinamismo della vita metropolitana.   

Dare “Identità” al Paesaggio

Il culmine di questa filosofia fotografica risiede nell’atto di conferire un’identità al paesaggio. “Quando io fotografo un paesaggio, io entro nel paesaggio e lui si autentica attraverso di me… Ha un’identità, io gliel’ho attribuita“, spiegava il maestro. Se i paesaggi del suo mentore possedevano un’identità vibrante, solare, quasi urlata attraverso colori saturi e contrasti netti , quale identità attribuisce Sortini al suo “luogo neutro”? L’identità che emerge è quella della stasi, della contemplazione, di un tempo sospeso.

Inaugurazione Mostra Franco Sortini Foto Ljdia Musso
Inaugurazione Mostra Franco Sortini Foto Ljdia Musso

Il suo dichiarato “spirito impassibile” non genera un paesaggio celebrativo, ma meditativo. Sortini non sta semplicemente adottando una grammatica visiva; la sta traducendo e applicando a un contesto radicalmente diverso. Laddove il maestro usava quella grammatica per estrarre l’essenza vitalistica e cromatica del paesaggio naturale, Sortini la applica al paesaggio artificiale e urbano per estrarne la struttura silente e metafisica. È un’operazione intellettuale che dimostra la versatilità di un linguaggio, espandendone la portata filosofica.   

Se il Colore è un Pensiero, Quale Pensiero Sottende il Pastello?

Il Colore come “Vita” e “Sensazione”

Per comprendere appieno l’originalità di Sortini, è necessario partire dalla filosofia del colore da cui egli si discosta. Per il suo maestro, il colore non è mai un accessorio, ma il soggetto stesso dell’opera. Deve essere “reinventato”. È definito come “la vita”, come una “sensazione, un’interpretazione fisiologica, psicologica, emozionale”. Citando Paul Klee, è il luogo “dove l’universo e la mente si incontrano”. I suoi sono colori che “squillano”, che si impongono con una forza quasi spirituale, legata alla luce diretta del sole e a contrasti cromatici decisi. Come può una visione così massimalista ed energetica conciliarsi con un mondo di quiete e sottigliezza?   

La Svolta di Sortini: Dalla Saturazione alla Sottrazione

La biografia di Sortini è illuminante. Inizia con un bianco e nero che non lo soddisfa. L’incontro del 1982 con il maestro è fondamentale per “approfondire l’interpretazione del colore e delle forme, affinando le tecniche fondamentali per saturare i colori”. Questo dimostra un punto cruciale: Sortini ha prima imparato e padroneggiato la tecnica della saturazione. La sua scelta successiva di muoversi nella direzione opposta non è dunque un’incapacità o un rifiuto, ma un’evoluzione consapevole. Perché un artista che ha imparato l’arte del colore squillante sceglie deliberatamente il sussurro? La risposta risiede in una disciplina tecnica precisa: la decisione di fotografare quasi esclusivamente in condizioni di luce specifiche, con “cielo coperto e chiaro, assenza di ombre”. Questa scelta metodologica ha una conseguenza estetica inevitabile: una luce diffusa che attenua i contrasti e ammorbidisce i toni, generando quelle “tonalità tenui” che definiscono il suo stile maturo.   

Un Colore “Impassibile” per un “Luogo Neutro”

Il cerchio si chiude qui. Se il colore saturo del maestro è un “pensiero” di vita, gioia e calore, qual è il “pensiero” che sottende la palette desaturata di Sortini? È il pensiero della memoria, della stasi, di un tempo metafisico. Un “luogo neutro” esige una palette neutra. I suoi colori, descritti come capaci di esprimere “la realtà e la luce mediterranea” , lo fanno attraverso uno “spirito impassibile” e toni desaturati. Le sue opere più recenti, esposte in “Kenofilia”, arrivano a “svuotarsi anche del colore”, portando questa logica alle sue estreme conseguenze. La sua scelta cromatica è forse più fedele alla “realtà” dell’esperienza urbana contemporanea, una realtà fatta meno di celebrazioni primarie e più di significati complessi, stratificati e talvolta sbiaditi. In Sortini, il metodo, la filosofia e l’estetica sono indissolubilmente legati in un sistema rigoroso e coerente. 

 

Inaugurazione Mostra Franco Sortini Foto Ljdia Musso

L’Autore è un Atto di Resistenza?

La Persistenza di un Punto di Vista

La carriera di Franco Sortini è la testimonianza di una ricerca coerente e ostinata, che si dipana lungo decenni. Dall’interesse giovanile per il paesaggio, passando per l’incontro formativo del 1982, fino alla sistematica dedicazione al paesaggio urbano a partire dal 2011, il suo percorso rivela una fedeltà tematica che oggi appare quasi anacronistica. In un’epoca dominata da tendenze digitali effimere e da una produzione di immagini bulimica, quale valore assume una simile dedizione? La profondità del lavoro di Sortini non deriva forse proprio da questa messa a fuoco sostenuta nel tempo, che gli ha permesso di sviluppare un “gusto particolare della luce delle forme del colore”? Forse oggi il vero valore di un autore non risiede più nella novità a tutti i costi, ma nella persistenza di uno sguardo.   

La Fotografia come Espressione, non Riproduzione

La scuola fotografica a cui Sortini appartiene è chiara su un punto: “La fotografia è un pretesto”. Non riguarda ciò che si vede, ma ciò che si è e ciò che si pensa. L’immagine finale è una testimonianza della “sensibilità, cultura… identità” del fotografo. Questa filosofia si pone in netto contrasto con la natura riproduttiva di molte tecnologie di imaging contemporanee. L’opera di Sortini, che è così palesemente un’interpretazione e non una documentazione del reale, non ci ricorda forse il potere della fotografia come mezzo di espressione squisitamente personale? È ancora bello, come ci si chiede uscendo dalla mostra, trovare un autore che riesce a esprimere un suo punto di vista, unico e irriducibile?   

Una Domanda Finale: L’Intelligenza Artificiale ha Paura di un Cielo Coperto?

La riflessione finale non può che essere speculativa. Un’intelligenza artificiale può essere addestrata su milioni di tramonti vibranti e tecnicamente perfetti, ma può comprendere la scelta sottile e filosofica di fotografare soltanto sotto un cielo coperto? Può replicare la quieta malinconia o la ricerca di un ordine metafisico che definisce il lavoro di un autore come Sortini? Il vero atto di resistenza della sua fotografia non risiede solo nello stile, ma nel suo processo disciplinato e sottrattivo. In una cultura visiva additiva, del “sempre di più”, il metodo di Sortini si basa sulla riduzione: togliere le persone, togliere le ombre, attenuare il colore, eliminare la narrazione. Questa metodologia, basata sul principio che “nel meno c’è il più” , è un profondo controcanto al rumore visivo contemporaneo. La specificità e l’idiosincrasia della sua visione — il suo gusto per una luce particolare, le sue ossessioni decennali — rappresentano forse una forma di intelligenza e intenzionalità umana che rimane, per ora, un atto di resistenza unico contro l’omogeneità dell’immagine generata dalla macchina.   

 

PiMAC Pinacoteca d’Arte Contemporanea
dal 13/9 al 31/10/2025

Giorni e orari apertura:

-dal lunedì al venerdì: 9,00 /12,00 – 15/19

-sabato: 17,00 /19,00

Per info: 389 1629853

PIMAC – Pinacoteca d’Arte Contemporanea Città di Montoro 

Direzione organizzativa di Gerardo Fiore                

In collaborazione con: Circolo Fotografico AvellinoPHOTO  e  Associazione culturale ‘Contemporaneamente’ APS, MONTOROCONTEMPORANEA.

Con il Patrocinio del Comune di Montoro (AV)

Mostra riconosciuta dalla FIAF, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche

FRANCO SORTINI / BIOGRAFIA

Franco Sortini è nato nel 1958 e fin da giovanissimo si è interessato di grafica e pittura. Dal 1982 si occupa di fotografia e con Franco Fontana, indiscusso maestro della fotografia a colori, approfondisce l’interpretazione del colore e delle forme. Nel 1986 apre uno studio di fotografia commerciale e grazie a collaborazioni con importanti agenzie di comunicazione dagli anni ’90 offre i suoi servizi corporate ad una vasta clientela nazionale. Nel 1990 partecipa ai “Rencontres Internationales de la Photographie” di Arles, in Francia, dove Denis Curti lo invita ad esporre a Berlino. Nel 1995 partecipa ad una serie di mostre in Spagna, dove presenta il suo lavoro “Frammenti di Memoria”, fotografie sulla figura sviluppata con la tecnica del mosso. Nel 1995 Jean Claude Lemagny, Direttore del Dipartimento di Fotografia della Bibliotheque Nationale di Parigi, acquisisce alcune fotografie di questa serie per la collezione della biblioteca. Con Polaroid partecipa ad una serie di mostre a Parigi, alla Maison d’Italie nel 2007 e a New York nel 2008. Dal 2011 inizia una lunga ricerca sul paesaggio urbano, che lo porterà a pubblicare nel 2015 il suo primo importante libro “Un Luogo Neutro”.

Grazie alla sua particolare tecnica di ripresa le sue fotografie vengono presentate sempre con uno spirito impassibile, considerando il sottile equilibrio tra le persone e l’ambiente circostante e l’uso del colore è particolarmente apprezzato per la capacità di esprimere la realtà e la luce mediterranea. Lavora fotografando scene urbane focalizzandosi sulla città vuota, inseguendo il concetto rinascimentale della “città ideale”, un luogo

dove poter trovare ordine nel caos. Il suo lavoro nasce negli spazi e il grande formato gli permette di risolvere la struttura prospettica e l’impianto visivo classico, in cui prevale una prospettiva centrale, che delinea il profilo di una fabbrica, degli edifici, ma in senso più esteso quello di un’architettura. Un genere fortemente urbano dove il rigore e l’ordine costruttivo viene risolto con un colore desaturato, colore che poi ricompare con delle connotazioni, quasi delle citazioni, che giustificano una poetica tipica dell’autore stesso. Ispirato dal lavoro e dalla ricerca di Luigi Ghirri, il suo stile affonda le radici nella “Scuola di Dusseldorf”, con riferimenti a Bernd e Hilla Becher, Candida Hofer, Thomas Struth e Elger Hesser, quest’ultimo per la interpretazione del colore e per i suoi paesaggi “rarefatti”. Non mancano, in alcune sue fotografie, richiami alla composizione tipica di Edward Hopper, o alla ricerca sul territorio di Stephen Shore.

Ha esposto ampiamente le sue opere in numerose gallerie e le sue fotografie sono presenti nelle collezioni della Bibliotheque Nationale de France di Parigi, dell’Archivio AFOCO di Cordoba, della Galleria Civica di Modena, del Dipartimento di Arte Moderna dell’Università di Siena, del Museo dello Sbarco di Salerno, del FRAC Fondo Regionale per l’Arte Contemporanea di Baronissi, della Collezione d’Arte Contemporanea Città di Montoro ed in molte collezioni private. Ha pubblicato diversi libri di fotografia e alcuni libri d’artista in edizioni limitate. Le sue fotografie, inoltre, sono state pubblicate su molte riviste e web magazine. Nel 2018 gli è stato assegnato il “Premio UVA – Università di Verona per l’Arte” per la Fotografia Contemporanea.

Fotografo professionista dal 1986, dal 1990 è membro effettivo dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti. Attualmente vive e lavora a Salerno.