Mercoledì della settimana scorsa, due luglio, ha inaugurato la mostra Il tempo migliore in uno spazio meraviglioso del cortile di via Tribunali 213, le sale nuove a piano terra di Palazzo Ricca. Questo storico edificio, sede della Fondazione del Banco di Napoli, ha ospitato per la seconda volta le fotografie della Collezione Rita e Riccardo Marone.
Dopo una splendida mostra al terzo piano tra i faldoni dell’Archivio Storico, un mare di carte e storia che accoglieva una mostra dedicata alle acque salate, il tema di questa nuova esposizione è la foto per diletto. Architetti e grafici, avvocati, commercianti e agenti di commercio, giornalisti, impiegati, industriali e medici, ingegneri e chissà quali e tanti altri lavoratori che lasciati i ferri del mestiere a casa si dedicavano al proprio diletto, alla passione pura.

Artisti dilettanti che facevano della fotografia una vera scelta di vita, difficile anche perché costosa, complicata con stanze adibite a camere oscure. Proprio per questo la mostra è così divisa, non per anni o per tematiche, ma per attività, per mestiere come spiegano le curatrici Carla Viparelli e Angela Madesani. Noi non siamo il lavoro che facciamo, siamo l’amore che lasciamo.
Artisti artigiani che stampavano da sé le proprio piccole opere, piccole nel vero senso del termine. Piccole e vintage, esposte oggi nelle sale della Fondazione nel loro formato originale, pensato e voluto dai fotografi. La moda del gigantismo, tutta americana, è roba volgare dei tempi nostri. Opere con pochissime tirature, due o tre quando andava bene, una per la propria collezione, una per l’amico e l’altra quasi sempre pronta per un concorso.

Come le estemporanee di pittura, che vede i pittori della domenica cimentarsi con paesaggi e architetture dei luoghi, così i concorsi fotografici in giro per l’Italia, centinaia come le rassegne organizzate dai piccoli comuni, muovevano appassionati da ogni dove, connettevano persone che scattavano e che guardavano. Si creavano gruppi e associazioni, come il circolo La Gondola, il gruppo La Bussola del 1947 o ancora prima la Società Fotografica Subaplina. Non dilettanti allo sbaraglio ma professionisti che facevano altro nella vita.
“La fotografia italiana d’anteguerra vive soprattutto dell’apporto dei dilettanti. Il reportage non è ancora a un livello internazionale. Esiste una buona fotografia giornalistica ma riceve i succhi e i modi di un dilettantismo mediato, raffinato, decantato” come spiega Giuseppe Turroni nel suo libro del 1959 Nuova Fotografia Italiana.
Dilettanti non nel senso comune attuale, non persone che dimostrano scarse capacità, mancanza di esperienza e insufficiente preparazione come si pensa oggi ma individui che praticano un’attività senza altro scopo che l’attività stessa, per diletto appunto.
Fotografie svincolate dal mercato, dalla domanda e l’offerta, non inquinate da possibili proventi e forse proprio per questo libere, cavalli sciolti persi nelle radure, come in un oasi di pace per Domenico Taddioli, come in pausa dal mondo a fumare una sigaretta per Vittorio Ronconi.

Centodue fotografie che raccontano uno spaccato della nostra società dagli anni trenta alla fine degli anni cinquanta attraverso gli scatti di fotografi dilettanti, fotografi che hanno fatto la storia. Immagini di un tempo che è stato e che ci viene restituito quasi inconsapevolmente. C’è il Giambellino di Cerutti Gino, il duro del quartiere tra le foto di Tranquillo Casiraghi, la Milano di Ernesto Fantozzi che come i binari del tram di Porta Gevona, sempre a Milano, di Paolo Monti raccontano un’Italia in via di sviluppo, campi e industria di Giuseppe Palizzi, il treno che va di Stefano Robino. È sempre bello il treno.

Tanti i mestieri scomparsi o cambiati, i pescatori che riparano le reti di Giuseppe Tarsini, quelli che sembrano invece perdersi in chiacchiere di Renzo Tortorelli, il barbiere di strada e il sciu sciuà, il lustrascarpe, negli scatti di Vittorio Buonanno, i minatori di Arrigo Orsi, il marinaio di Riccardo Gilardi. Tutto è storia.

L’estate che è andata, quella di Mario Bonzuan, scivolata via tra le nostri mani per ritrovarla oggi sempre più torrida, sempre più tremenda. Quell’estate calda che dipingeva splendidi tramonti al mare, quando cercavamo riparo sotto agli ombrelloni di Giuseppe Tarsini, l’estate che ha creato tanti amori nascosti, chissà dove arrivava lo sguardo della solitaria di Capri per Gualberto Davolio Marini che osserva da lontano le bagnanti sul fiume nei costumi tipici dell’epoca.
Il tempo migliore è quello dello scatto rubato, della durata di apertura dell’otturatore per catturare più o meno luce ma è anche tutto il tempo che scegliamo di dedicare a qualcuno o qualcosa, è il tempo che il piccolo principe dedica alla sua rosa. È quel lasso di tempo che fa si che una nostra attività diventi preziosa, importante, unica. Qualche volta totalizzante.

È il tempo dell’amore e delle muse per Federico Vender, della donna in un pomeriggio d’estate per Francesco Giovannini, della leggerezza del cuore per Italo Bertoglio, dell’eros per Lino Mantelli.
Amore per ogni cosa, dall’altra parte.
È il tempo della sperimentazione in camera oscura, dei colori acidi di Osvaldo Giachetti, delle composizioni di Piergiorgio Branzi.

Come pionieri in avanscoperta verso terre sconosciute che scoprono prospettive assurde e forme geometriche al limite dell’astratto per Riccardo Gilardi o come Paolo Monti che vive e trova casa nell’astrazione.
Chi vive e trova casa a Scanno come Renzo Tortorelli, come Henri Cartier Bresson che nel piccolo borgo abruzzese immortalò donne e bambine davanti alla chiesa della Madonna del Carmine.

Pensando al passato come Probo Calleri non possiamo fare altro che ringraziare gli artisti dilettanti che tanto hanno dato all’arte tutta sacrificando tempo e spazio per un amore totale come forse solo i veri amori sanno essere. Nello stesso tempo dobbiamo ringraziare le curatrici Carla Viparelli e Angela Madesani che con grande impegno hanno allestito una mostra chiara e precisa dove perdersi per poi ritrovarsi pronti per la partenza come per Francesco Giovannini.

Ringraziare Rita e Riccardo Marone, egli stesso fotografo dilettante, che con occhio attento e passione hanno costruito una collezione che spazia da nomi conosciuti e professionisti a nomi poco altisonanti ma che hanno lasciato la loro impronta nel mondo della fotografia, come Bogetti e le sue passeggiate in riva al Po.
Ci prendiamo infine del tempo, un tempo migliore per ringraziare Orazio Abbamonte e la Fondazione del Banco di Napoli che dà spazio ad autori e movimenti poco mainstream. Artisti non sempre al centro dell’attenzione, ma sempre degni di nota.

Non mostre preconfezionate a tavolino, non grandi operazione di marketing. Nessuna artista messicana è stata maltrattata per portare qualità in via dei Tribunali 213.





