“Quando soffri di insonnia, non sei mai veramente addormentato e non sei mai veramente sveglio”. Quando soffri d’insonnia l’unica cosa che vuoi veramente è dormire, quando soffri d’insonnia l’unica cosa che puoi veramente è stare sveglio provando a perderti in mille pensieri, trovando quei pensieri che possono riportarti sulla retta via, quella del sonno, delle otto ore, quelle piccole e buie. Come lo sono quelle de Il signor T e le ore piccole, romanzo d’esordio di Antonio Torino, edito da Homo Scrivens.
Quelle ore disperse tra notizie al cellulare e ricordi di vecchie maestre del liceo, della cassiera del supermercato, della prima ragazza o dell’ultima che ti ha rapito il cuore e anche la mente.
Quando soffri d’insonnia una cosa che puoi fare è leggere il racconto di un tuo collega contabile, persona anonima sia chiaro, un po’ per cortesia, un po’ per capire come sia possibile che proprio lui e non tu.
Sarà proprio questa tra le tante cose che possiamo fare quando soffriamo d’insonnia, un’altra è contare tutti gli animali della fattoria compreso il fattore, che porterà il protagonista a interrogarsi sulla sua vita e a scrivere per tutta la notte otto racconti per otto ore di non sonno.

“Per combattere la noia e barare con la clessidra”
…il signor T – questa è l’unica cosa in apparenza che conosciamo del nostro protagonista – si mette in salotto e con penna e fogli per stampante inizia a scrivere.
Una scrittura elegante, mai banale, ricercata e allo stesso tempo semplice. Raffinata e ironica tra citazioni russe e rimandi cinematografici. Echi di un mondo lontano da quello insonne. Riflessi di realtà fatta di ore grandi, di luce e sole, d’aria e pulviscoli. Ore molto diverse da quelle piccole, chiuse, silenziose, ci avete mai fatto caso che nessuno sa “di quante parole è fatto il silenzio?”.
Ore attente ai particolari proprio come lo è la scrittura di Antonio Torino.
Torino che potrebbe essere il signor T, un lontano parente seduto a cavalcioni sul bordo di un terrazzo o un amico più prossimo, Zio Saverio, non ci è dato saperlo. Forse nemmeno dovrebbe interessarci, ma alcuni uomini sono curiosi per natura. Quello che sappiamo è che un uomo di nome Antonio Torino, che a questo punto potrebbe anche non essere l’autore, trova un manoscritto, dei racconti, firmati da T, solo questo lettera, una sola triste lettera.
Così, in una notte senza sonno, alla luce di un frigorifero aperto, iniziamo a leggere del signor T e del suo collega Solari; di Antonio Torino, non l’autore, ma il personaggio; della Fenice di Vinchiaturo, Max e la ricerca della felicità; di bambini santi e amanti nascosti, nascosti come vecchi amici di scuola che si ritrovano.

Come racconti che si ritrovano, tracce di una strada più lunga della strada stessa che percorrono. Perché ogni parola detta o non detta dai protagonisti racconta qualcosa in più del signor T, forse di Antonio Torino. Ogni racconto porta con sé un metaracconto, che diventa pretesto e motivo per continuare a scoprire tra situazioni surreali al limite dell’orrore e storie d’amore e di famiglie, luoghi della mente dove siamo stati felici, ora dopo ora, di mezz’ora in mezz’ora, qualcosa in più di noi, fino ad arrivare a quel raggio di sole che ci schiaffeggia più forte la mattina con la complicità di una tenda a bande verticali. “L’insonne è quell’individuo con l’ambizione di comprendere qualcosa in più su di sé quando di notte non chiude occhio, con l’illusione di creare uno scarto fra l’esistenza vecchia e l’esistenza nuova.”
