Come deve essere l’adattamento di un romanzo al cinema? L’uscita in sala di “Cime Tempestose” ha radicalmente diviso il pubblico cinefilo per l’audace e sfrontata reinterpretazione del romanzo di Emily Bronte da parte della regista Emerald Fennell, riportando a galla la sempiterna questione. Senza voler scomodare Paul Ricoeur e i suoi studi ermeneutici secondo cui qualsiasi traduzione è un tradimento, il dibattito circa la fedeltà o la libertà di non aderire al testo di partenza è diventato più urgente nell’era della cosiddetta postmodernità, laddove dagli anni Novanta sino ad oggi abbiamo assistito ad approcci sempre più oltranzisti e inverecondi nelle trasposizioni filmiche (e non solo) dei classici della letteratura ma anche dei grandi personaggi della Storia, introiettando un gusto estetico che non ha paura di inoltrarsi nel kitsch, nell’ipertrofia visiva, nell’eccesso camp. Proviamo a districarci in questa delicata questione partendo proprio dal successo di “Cime Tempestose” in sala, successo che non ha mancato di ingenerare detrattori posti a salvaguardia della vera o presunta “purezza” brontiana primigenia rispetto all’adattamento (molto) libero della regista.
“Cime Tempestose”, lo scandalo di una versione moderna e infedele

Non bastasse il virgolettato posto sin dal titolo, le “Cime Tempestose” di Emerald Fennell dichiarano apertamente la volontà di smarcarsi dal canone dell’adattamento standard quando uno dei personaggi racconta al proprio interlocutore in maniera succinta la trama del Romeo e Giulietta di Shakespeare, enfatizzando gli aspetti che l’hanno coinvolta di più ed omettendo il resto: una vera e propria dichiarazione di intenti. E il film certamente osa, dall’età dei due protagonisti Margot Robbie e Jacob Elordi fuori scala rispetto ai personaggi che interpretano – ma non è la prima volta che accade, così come il fatto che entrambi siano di carnagione bianca facendo perdere la caratteristica razziale di Heathcliff – al mettere in scena situazioni che non sono presenti nel romanzo. Come ha osservato acutamente qualcuno, Fennell ha diretto questo film sanguigno ed eccessivo come se lei stessa fosse una lettrice fan che si è immaginata una propria versione, ed anche una vita dei personaggi al di fuori dalla pagina scritta.
La regista lavora sul decòr, i costumi, i campi lunghi en plen air che sembrano assecondare l’epoca di Instagram in cui siamo tutti immersi, per cercare una versione sì personale ma pensata per il pubblico contemporaneo che non necessariamente ha letto il romanzo. Esalta alcuni elementi a discapito di altri, e mette in scena un ideale fuoricampo del romanzo, immaginando una sessualità lasciva e perversa di cui non vi è traccia nell’opera di Bronte, invero assai castigata nel racconto della passione tra i due protagonisti. Emerald Fennell sceglie volutamente di essere infedele, ma a ben vedere non erano tali nemmeno la versione di William Wyler del ’39 o quella filmata da Luis Bunuel nel suo periodo messicano, tra le più tramandate della storia del cinema. Anche la splendida versione di Andrea Arnold di alcuni anni fa, per quanto forse la più vicina al romanzo in molte scelte registiche, possiede i suoi momenti di distacco e variazione, questo perché il linguaggio cinematografico ha una sua autonomia rispetto a quello letterario, e una mera versione illustrativa del romanzo risulterebbe a conti fatti un’operazione perdente e ancora più deludente di una “infedele”.
Un punto di equilibrio tra fedeltà e libertà nell’adattamento
Sia chiaro, con questo non vogliamo dire che il pubblico maggiormente orientato al purismo non abbia valide ragioni per criticare gli eccessi di libertà che può prendersi un regista al momento della trasposizione su grande schermo. E allora dov’è il punto di equilibrio? Considerando che un regista è un altro autore che va a sovrapporsi all’autore del libro, più che la fedeltà alla lettera bisognerebbe guardare a quella dello spirito del materiale di partenza, fermo restando che il regista deve a sua volta essere fedele a se stesso, alla propria poetica e al proprio stile. Trovare non un compromesso, ma un punto di ibridazione o fusione tra questi due aspetti può essere la chiave per comprendere la bontà o meno di un adattamento libero, autonomo, indipendente rispetto alla materia originaria.
Alla fine cosa chiediamo a un film? Di essere memorabile. Chi scrive è abbastanza in là con gli anni da ricordare l’impatto che ebbe nel 1996 il Romeo+Giulietta di Baz Luhrmann, uno dei film chiave della postmodernità al cinema. Gli amanti scespiriani inorriditi dalle innovazioni del regista non sono molto diversi da chi oggi depreca la versione della Fennell di “Cime Tempestose”, anche se allora non c’erano i social network a fare da cassa di risonanza. Oggi è considerato un cult indiscusso che ha contribuito a lanciare Leonardo Di Caprio nell’olimpo delle star. Ma si potrebbero fare molti altri esempi in tal senso, né possiamo soprassedere su come nella regia teatrale, sia lirica che di prosa, è da almeno 40 anni che i classici vengono “violentati” da scelte non sempre considerate di buon gusto ed apprezzate dalla totalità del pubblico. Il dibattito forse è inevitabile oltre che giusto, ma a nostro avviso meglio una rivisitazione coraggiosa e finanche sbagliata ma che si fa ricordare, piuttosto che una trasposizione anodina, a maggior ragione nel cinema in costume che spesso tende a un inerte decorativismo.
Non sappiamo se le “Cime Tempestose” di Fennell avranno la stessa fortuna nel tempo del film di Luhrmann: altri esempi di trasposizioni postmoderne non hanno avuto la stessa capacità di durare con lo scorrere degli anni, segno che non necessariamente un adattamento libero è anche un film riuscito. Ma almeno un indubbio merito questa versione certo furba e accattivante del romanzo di Bronte ce l’ha: pur essendo pensata per la Gen Z è capace di sfidarla, mettendo in scena una sessualità esibita seppur priva di epidermidi in campo, un salutare schiaffo in faccia ad un’epoca che vive un preoccupante puritanesimo di ritorno, rivendicato proprio dall’odierno pubblico giovane. Del resto anche il precedente della regista Saltburn giocava con questo contrasto tra le immagini perfette e luminose, e le pulsioni oscure messe in campo nelle situazioni sceneggiate, e allora sta qui forse la chiave di lettura di un’opera più stratificata di quanto appaia al primo sguardo, sebbene non manchino perplessità e scelte discutibili nella trasposizione. La passione di Heathcliff e Catherine riletta alla luce della poetica e delle ossessioni personali della regista: eccolo il punto di equilibrio che rende il film quanto meno degno di interesse, e meritorio di uno spettatore dallo sguardo libero dai pregiudizi. Non sarà la versione più fedele di Cime Tempestose, ma non siamo così convinti che sia la peggiore.





