I Take That e quella fantastica nostalgia degli anni ’90

Questa recensione ha inizio nel 1995.

Ha anche un luogo preciso: Marano di Napoli, periferia Nord della città.

Ero a casa del mio amico Salvatore, detto Toto. Dopo aver giocato a pallone con gli altri amici per otto ore, non ancora sazi, svogliavamo l’album delle figurine Panini in attesa che il fiammante nuovo Personal Computer di Toto caricasse la partita di PC Calcio.

Bussano ripetutamente al campanello, la mamma corre ad aprire. Sentiamo urla e pianti disperati.

Mara, la sorella quindicenne di Toto, è inconsolabile. Piange così tanto da non riuscire a parlare.

-Mara, che è successo?

Chiediamo spaventati.

-Se n’è andato, se n’è andato!

-Chi se n’è andato, Mara, chi?

-Robbie, ci ha lasciato.

Nessuna amica di Mara si chiama Roberta. Chi cazzo è morto?

-Ma Roby chi?

-Robbie Williams, chi altro?! Roby se n’è andato!

-È morto?

-No, ha lasciato i Take That.

Dice singhiozzando mentre si asciuga le lacrime con il poster del Cioè.

Ecco, la nuova miniserie Netflix, Take That, mi ha riportato esattamente a quel momento.

Bentornati negli anni ’90.
In tre scorrevoli episodi viene narrata l’ascesa, la caduta e la rinascita di una delle boy band di maggiore successo della storia della musica.
Grazie ai filmati e alle foto personali dei membri, viene raccontato non solo quello che veniva pubblicato sui rotocalchi di tutto il mondo ma anche quello che c’era dietro.
L’ambizione di cinque ragazzini, le difficoltà ad affrontare un successo planetario, invidie, gelosie, depressione e conflitti mai risolti.
E poi la maturità, l’inaspettata rinascita, i cambi di formazione, l’attribuzione dei giusti meriti e l’accettazione di se stessi.

Assolutamente consigliata se vi va di tuffarvi in un mondo fatato popolato da ragazzine che indossano salopette, cappelli a secchiello e che non immaginano nemmeno che trent’anni dopo obbligheranno le proprie figlie adolescenti ad ascoltare Back for Good in prima fila ad un concerto.

Trailer ufficiale