C’è un momento, a Lucca, in cui la realtà si piega al desiderio. Le mura antiche, che da secoli difendono la città, diventano portali di un mondo parallelo in cui la timidezza si scioglie, le differenze si annullano, e migliaia di persone si muovono per celebrare l’immaginazione.
Con I Love Lucca Comics & Games, presentato nella sezione Freestyle della 20ª Festa del Cinema di Roma, Manlio Castagna prova a catturare l’essenza di questa sospensione collettiva del reale, trasformando la fiera più iconica d’Italia in un grande racconto corale sull’amore per le storie, i personaggi e la comunità che li custodisce.
L’idea
Il progetto nasce come dichiarazione d’amore verso una manifestazione che, con oltre 300.000 visitatori, 900 ospiti e 600 espositori, è ormai tra le più importanti al mondo dedicate alla cultura pop. Castagna la racconta attraverso le voci di chi la vive da dentro: autori, editori, artisti visivi, scrittori, cosplayer e fan.
Ci sono R.L. Stine e Licia Troisi, Frankie hi-nrg mc e Gabriele Mainetti, Sio, Fumettibrutti, Zerocalcare, Yoshitaka Amano — ognuno un tassello di quel mosaico di creatività che fa di Lucca un’esperienza trasformativa, più che un semplice evento.
Il documentario vuole restituire la sensazione di “famiglia” che permea la fiera: un microcosmo dove è possibile, per qualche giorno, dismettere i costumi sociali e indossare — letteralmente — quelli della propria immaginazione. È l’idea di una “seconda casa”, un luogo di appartenenza per chi, nel resto dell’anno, è costretto a restare ai margini.
La voce della comunità
Nel film, i protagonisti non sono tanto gli artisti quanto la folla: le voci intrecciate di appassionati che spiegano cosa significhi “esserci”, anche sotto la pioggia, anche dopo ore di fila.
È in questi frammenti che il documentario trova la sua verità più autentica – nell’immediatezza del racconto collettivo, nella vulnerabilità condivisa di chi sceglie di appartenere a qualcosa di più grande.
Eppure, proprio quando sembra sul punto di scoprire quel nucleo emotivo, I Love Lucca Comics & Games si ferma. Si percepisce un controllo eccessivo, una patina promozionale che soffoca la spontaneità delle testimonianze, come se ogni frase dovesse rientrare in un copione già scritto. L’entusiasmo c’è, ma è filtrato, mediato, “gestito”.
Superficie, ombra e cultura
La difficoltà più evidente del documentario è quella di superare la soglia del semplice omaggio. Castagna non si addentra davvero nel lato contraddittorio di un evento che, negli anni, è diventato un colosso mediatico: la commercializzazione del sogno, la linea sottile tra comunità e mercato, tra passione e consumo.
Il documentario ribadisce quanto la cultura pop sia ormai linguaggio condiviso e legittimato. La figura del “nerd” – un tempo marginale, oggi accolta e normalizzata – emerge come simbolo di una rivoluzione silenziosa. Se oggi il fumetto, il videogioco o la serialità sono considerati espressioni culturali mature, è anche grazie a eventi come Lucca Comics & Games, che hanno reso visibile ciò che prima restava confinato nelle camere dei fan.
In questo senso, I Love Lucca Comics & Games diventa documento di una conquista collettiva, anche se manca il coraggio di spingersi oltre la superficie celebrativa.
Alla fine, il film di Castagna è come la fiera che racconta: rumoroso, affettuoso, imperfetto. Mostra la felicità, ma non la decifra.
Eppure, nel sorriso stanco dei visitatori, nell’abbraccio tra due sconosciuti travestiti da personaggi di mondi lontani, resta qualcosa che non si può spiegare: la semplice, ostinata bellezza di credere ancora in ciò che non esiste.
