Un venerdì di inizio luglio in un orario indefinito tra il giorno e la notte, quando la luce lascia spazio e campo aperto, nel Giardino dell’Orco, luogo suggestivo nei Campi Flegrei va in scena il festival Limen, musica sulla soglia, che ha portato Francesco Di Bella, voce storica dei 24 Grana a cantare le sue canzoni alla luna.
Questa edizione dedicata a “il canto dell’assiolo” accompagnerà il pubblico fino alla magica notte di San Lorenzo dove il buio lascerà spazio alle stelle e ai desideri.
Un percorso tra alberi di agrumi e fiaccole danzanti ci porta dopo un aperitivo a chilometro zero su una piccola collina.
Ci aspettano delle sedute, panchine letterarie e un palco di legno, luci calde e il lago d’Averno. Ci aspetta lui, Francesco di Bella.

Siamo sulla bocca dell’inferno come ci racconta il poeta. Senza uccelli, niente cardilli, solo l’accesso al regno dei morti eppure siamo nel verde, siamo nel flusso, siamo in un paradiso sospeso tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. Siamo con Francesco e tanto ci basta per stare in pace.
Parla e suona, canta e si racconta di Bella. Non segue la scaletta, preferisce lasciarsi andare, seguire l’intuito, restare sull’onda. Accorda la chitarra, ci confessa che ha cambiato le corde, che hanno un bel suono ma che proprio per questo lo strumento va accordato continuamente. La prossima volta, scherza, chiederà il supporto e l’apporto di qualche comico amico suo.

Si lascia andare, noi con lui, senza scaletta, nessun punto di riferimento. Saltiamo i gradini a due a due, cambiando rotta, aggiungendo pezzi, seguiamo il flusso. Facciamo programmi che non manteniamo, inventiamo storie per sopravvivere e tutto va come non doveva, come poteva. E ai più che mostreranno indifferenza vorrei parlare con questa canzone, con le canzoni di Francesco.
Alcune giovani, piccole, timide, canzoni dai suoi album da solista, benedizioni delicate che ama portare ancora, quando può, solo in band così. Perché può ancora vestirle, proteggerle e nello stesso tempo proteggere se stesso e non sentirsi nudo come un re nudo che canta la sua verità, la nostra verità condivisa. Canta pe’ nun suffrì Francesco, tra la gioia e la serietà e noi cantiamo con lui, in un volo stellare, queste sue nuove piccole creature indifese che cresceranno proprio come i bambini presenti al concerto. Piccole creature che giocano mentre lui suona e canta, mentre noi ascoltiamo e cantiamo.
Giocano i figli degli altri, i figli che non avrò, i figli che non avremo, i figli miei, i figli di Di Bella, la sua personale full band per una sera. Giocano a corda, ridono e scherzano mentre i genitori, quelli veri, si godono il momento. Il profumo di buono, l’aria fresca della sera, la panca con le sedute di legno, la terra e la paglia, giacigli perfetti per chi vuole lasciarsi andare. Le luci accese come tante lucciole a ricordarci chi eravamo e che oggi le lucciole non ci sono più.

Eravamo a Gianturco, a Officina 99, stavamo co’ Francesco chella sera a ‘o bivio ‘e Miano. Eravamo noi che adesso abbiamo i capelli un po’ più bianchi e qualche responsabilità in più ma anche sempre la stessa voglia di stare insieme, la stessa cura e attenzione per i particolari, quelli belli.
Siamo noi queste canzoni che hanno trent’anni, noi che prendiamo la pillola della pressione e andiamo a letto non più tanto ubriachi.
Quello al Giardino dell’Orco non è un concerto, è un ritrovarsi e fare pace con se stessi, con i propri demoni e creature elfiche.
A vote ‘o diavolo sona, a vote ‘o diavolo canta, noi non urliamo che tanto niente se vence e niente se perde. Non alluccate sogghigna Francesco ca sulo l’ammore ce po salvà.
Siamo noi ad essere nudi come il nostro re nudo per una notte, sono nude le nostre emozioni, i nostri cuori spezzati, gli occhi antichi e gli amici lasciati per strada, abbandonati, persi, smarriti.
Non ci sono bis stasera che Francesco non va da nessuna parte, resta su quel palco fatto solo di luce e legno, seduto su una sedia che all’inizio trova scomoda ma dalla quale non vuole più alzarsi. Niente bis che ad andare via ci vuole del tempo. Scherzando però si concede un’ultima canzone per salutarci tutti insieme prima di scambiare parole d’amore tra un disco firmato e un pennarello dimenticato.
Ha sorrisi per tutti, nuovi e vecchi amici che lo seguono da anni, volti che riconosce tra il pubblico e che chiama per nome. La gente è bella, la gente di Bella.
‘A nave lassa ‘o puorto e noi con lei, promettendo di portare la prossima volta un pianoforte tutto per lui, per il pezzo del cuore da dedicare a un amore sfiorato, che se solo sapessi chello che sî pe’mmé.

Ci vediamo al prossimo giro, Fra.
Turnamme a casa, per adesso.
Chiudi ll’uocchie e nun cе pensà ma prima ancora un ultimo abbraccio, un sorriso spezzato.
Spalle larghe e sguardo fisso che Francesco di Bella ti guarda negli occhi.
È cosa rara al giorno d’oggi.





