
Ah, il Far East Film Festival di Udine, il caro buon FEFF, creato dai due supereroi del CEC: Sabrina Baracetti & Thomas Bertacche (e sostenuto da una squadra fortissimi di fedeli consiglieri, front’n’back officers e volontari). Quanti anni, ormai, di piaceri e bagordi: per gli organizzatori ben 28, anche se la mia rom dice che lo frequento “solamente” dal 2004.
Anni di fancazzismi, ma anche di progetti, idee, visioni, sogni, cambiamenti e di crescita, sia personale sia cinematografica. Ho visto trasformarsi e crescere l’allegro carrozzone da to be un micro osservatorio della piccola Udine verso il cinema orientale all’essere Udine un angolo dove si vive non solo il cinema, ma il caleidoscopio dell’Estremo Oriente.

Insieme agli amici e a tutta un’assurda, a volte incongruente, comunità che è bello ritrovare – come in un rito panteistico dove però è l’essenza del cinema a sbocciare in ogni dove – abbiamo assistito ad accoppiamenti, scoppiamenti, amicizie e litigate, entusiasmi inaspettati e delusioni cocenti, tra immotivati rigurgiti invernali e improvvise esplosioni estive. That’s Udine Feffers!

Il FEFF è sempre più un insieme incredibile di colori, sapori, musiche, emozioni: volti, trucchi, età, provenienze, lingue si incrociano tra fughe verso il grande Teatro Nuovo (dove si svolgono la rassegna contemporanea e gli incontri con i protagonisti), le sale del cinema Visionario (in cui assaggiare piccoli spezzoni dei capolavori del passato), il nuovissimo Camplus universitario (appena realizzato e approntato alle interviste) e il mercatino orientale o gli innumerevoli eventi/incontri/masterclass proposti all over the city.

Al FEFF ce n’é di ogni e per ogni, ma tutte con il comune denominatore della leggerezza e dell’entusiasmo – della sfrenata passione! – per uno scambio che racconta anche un’utopia, un’alternativa al mondo che ci stanno proponendo questi osceni dittatori e le loro lobby.
In questi giorni, da segnalare l’immensa gioia di aver rivisto un capolavoro che accarezza l’animo e lo rincuora come Perfect Days, presentato da quel geniaccio di Wim Wenders e dallo strepitoso protagonista Kōji Yakusho (anche Gelso d’Oro alla carriera e omaggiato con una retrospettiva) e alcuni film veramente degni di essere visti:
Fujiko, di Kimura Taichi, Japan: un ottovolante di generi ed emozioni gestito con una straordinaria abilità dal regista che tiene saldo un meccanismo super oliato e capace di raccontare una vicenda appassionante, senza eccessi. Grande abilità e maturità, il tutto assecondato da un’attrice bravissima, seppur esordiente. 8+
Linka Linka, di Kangdrun, China (Tibet): un piccolo e delicato film, dal piccolo e delicato Tibet, che mostra la sua grazia e la bellezza dei luoghi senza scadere mai nella cartolina. La giovane regista sa quello che fa e, complice una (sua) bella sceneggiatura, dà vita a degli inaspettati colpi d’ala che convergono in un finale meraviglioso. 7+
Filipiñana, di Rafael Manuel, Philippines: siamo dalle parti del capolavoro?! La vicinanza è certificata dalle voci che lo davano come “il peggiore film della rassegna” e dalle tante persone che fuggivano dalla sala. È un film complesso, stratificato nell’apparente piattezza; una volta li chiamavano film d’essai. Lento, anti narrativo, ripetitivo, ma è di una potenza assoluta, sia per maturità della regia e del montaggio, sia per la forza del messaggio che veicola attraverso pause, fissità, non detti, contrapposizioni. Tra Seidl e Haneke: eccezionale! 8/9
Take off, di Pengfei, China: una confezione ruvida, polverosa e densa (ottimi regia, foto, scenografie) che accompagna una bella tappa di crescita personale e di cambiamento sociale nella Cina tra la fine dei ’70 e i giorni nostri. 7/8
Deep quite room, di SHEN Ko-shang, Taiwan: il dramma che esplode fragoroso e inatteso tra le pareti domestiche. Un dramma senza veri contorni o nemici: quello della depressione. Un dolore senza perché, almeno in apparenza e fino alla svolta. Costruito molto bene, in un’atmosfera dove il sole e la luce non fanno quasi mai capolino, ha ottimi interpreti e una bellissima regia. 7½
A mighty adventure, di Toe Yuen, Taiwan Malaysia Hong Kong: film d’animazione che fonde meravigliosamente ambienti dal vero con personaggi animati in digitale. La prima parte è pura gioia, intrattenimento, stupore, delizia per gli occhi e per il cuore. Un film-coccola, con messaggi importanti sull’importanza di uno sguardo sensibile ed empatico. Imperdibile! 8½
La retrospettiva:
In the wink of an eye (1981), di Mike De Leon, Philippines: la dittatura della famiglia, schiava di una cultura basata su tradizioni ottuse. Teso, servito dalla regia di uno dei maestri indiscussi dell’epoca d’oro e con un finale perfetto.
Love Massacre (1981) di Patrick Tam, Hong Kong: un capolavoro di stile. Metafisico, etereo e proprio per questo rovinato dalla messinscena furente del massacro che, vista oggi stona non poco. Ma si riprende in un finale tesissimo.
Cinema lovers: stay tuned and reach Udine!









