
Teatro Palamostre, CSS, Udine – All’appello degli anni elencati manca il tragico 2023, ma anche il 2024, 2025, 2026… e sono assenti il 1968, 1969, 1970, 1971, … ellissi necessarie al racconto, ma anche vuoti di una storia conosciuta veramente solo da chi l’ha vissuta in prima persona, anche se, alla fine, spesso siamo noi – che la mastichiamo a mezzore di talk show o di schieramenti politici – a essere i più certi depositari di dove stia il bene e dove si nasconda il male.
“Come gli uccelli” è uno spettacolo lacerante che ci mostra quanto le rassicuranti convinzioni conservatrici possano essere il vero cancro del mondo: ce lo sbatte in faccia con la capacità del teatro di bruciare l’anima quando mostra piccoli gesti che, attraverso la materia magmatica della messa in scena, vengono amplificati e resi universali.

Racconta la storia d’amore tra Eitan, giovane di origine israeliana, e Wahida, ragazza di origine araba, in un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide che dà vita a un’indagine emotiva sulle proprie origini. Disperatamente giovani e innamorati, Eitan e Wahida, si conoscono a New York e a dispetto delle loro origini, il loro amore fiorisce e cerca di resistere alla realtà storica con cui i due devono fare i conti. Ma nel loro destino, qualcosa va storto sull’Allenby Bridge, il famoso ponte che collega (e divide), Israele e Giordania. Qui Eitan rimane vittima di un attentato terroristico e cade in coma. Da luoghi diversi, arrivano i genitori e i nonni a fare visita al ragazzo. Per tutti sarà l’occasione per guardare negli occhi le verità più nascosta, di affrontare il dolore dell’identità e di capire come resistere alla sventura che si scaglia contro il cuore e la ragione di ciascuno.

A fine recita mi è stato chiesto se non l’avessi trovata un po’ troppo lunga; ho risposto che, secondo me, è uno spettacolo di sedimentazione emotiva e ogni minuto aveva la necessità di esistere per dare forma, spessore, intensità, verità di tempo e di sostanza al dramma. Ogni pagina ci ricorda con chi dobbiamo aprirci al dialogo; non con chi schierarci, ma contro chi e cosa allinearci: dobbiamo essere ostili alle dittature, alla lingua delle armi, alle infantili dottrine del “è sempre stato così, ci sarà un perché!”.
“Come gli uccelli” fa letteralmente scorrere davanti agli occhi e nelle vene il dramma dei singoli individui e, contemporaneamente, una tragedia universale della condizione umana; è intreccio socio-culturale apparentemente molto distante, ma che si alimenta nelle scelte di campo sbagliate e quotidiane, che hanno le stesse dinamiche a ogni latitudine.

Inizia subito legandoti alle maglie dei sentimenti, parlando il linguaggio che tutto il mondo conosce e riconosce, cioè quello di un amore giovanile che viene esaltato da bellissime parole, sguardi complici e un’altissima intensità, nobilitata dall’alchimia degli attori. Non è una semplice – o semplicistica – storia d’amore da “saremo io e te/[…] sarà per sempre sì”, ma è un’unione di anime che nel corso dello spettacolo devono affrontare un tempo reale, radici scomode, un passato inaspettato, finte verità e verissime bugie, la guerra, la separazione, l’attesa e la paura, ri-connettendosi a persone, luoghi e dovendo rileggere sé stessi.
Se l’opera di Wajdi Mouawad è capace di creare figure credibilissime nelle loro crepe e contraddizioni esistenziali e di saper leggere dubbi esistenziali che non possono non essere uguali da qualunque lato del mondo li si guardi, entrando così empaticamente sottopelle, va lodata allo stesso modo la regia di Marco Lorenzi che riesce a sfruttare magistralmente gli spazi scenici (scenografia e costumi Gregorio Zurla) creando, con pochi elementi, un vero megafono del vissuto emotivo. In questo senso, diventa elemento non di arredo, ma di necessità, la parete che avanza e indietreggia, distanzia e comprime corpi e lingue, ruota spezzando linee del tempo e dello spazio, cambia le profondità di campo dell’osservazione. Diventa, insomma, allegoria della sofferenza e poesia evocativa dell’accaduto o del contingente: il testimone impassibile di ogni cosa, dalle lacrime e sangue lavati dalla pioggia, al rumore evaporato nella memoria; dagli odori levati dal vento, alle urla soffocate nel ricordo, alle parole sovrimpresse e cancellate le une sulle altre.

Ci sono scorci di bellezza e lampi d’amore in “Come gli uccelli”, ma sono screziati dal dolore, dall’orrore e dall’errore; sono rubati alla vita dal desiderio di rivalsa di cui ciascuno si riappropria senza avere la possibilità, la forza, il coraggio di stabilire un momento zero, di dare l’impulso alla nascita di qualcosa di nuovo iniziando il rinnovamento.
Marco Lorenzi, sfruttando al meglio il disegno luci di Umberto Camponeschi, che valorizza i colori del peso (bruno, nero, grigio, lopacità delle ombre, i bagliori dell’), trova il perfetto equilibrio tra implosione ed esplosione nella recitazione dei suoi interpreti (ottimo cast): un tiro alla fune nervoso che trasloca lo spettatore direttamente lì, sul palco, lo precipita nella vicenda, annullando la finzione teatrale.

Il testo (nella traduzione drammaturgica di Monica Capuani) è avvincente nella cavalcata narrativa del suo intreccio sviluppato tra diverse epoche e generazioni e mostra, in tutta la propria potenza l’insensata violenza, il filo rosso sangue che tiene unita la vicenda, riuscendo a trovare le parole più belle, vere, necessarie e sublimandole nel pensiero e nel respiro stesso di chi in platea trattiene il bruciore in gola.
“Come gli uccelli” ci lascia non con il retrogusto di un semplice passatempo, ma con un bagaglio di emozioni e un germe di riflessione da cui ripartire per affrontare una maturazione civica e umana, consegnandoci la meravigliosa metafora dei due amanti capaci di scegliere la distanza per il bene superiore l’uno dell’altra; e quella degli uccelli, capaci di volare al di sopra e al di là di barriere e confini, oltre a differenze valide solo per l’animale uomo (non per niente pesantemente ancorato al terreno). Ecco, se fossimo così, come gli uccelli, potremmo tornare a fare volare e far (pre)valere idee e ideali su logica e cinico materialismo.

Come gli uccelli
Premio Ubu 2024 per il Miglior nuovo testo straniero
Premio Tragos 2025 per la Miglior regia
di Wajdi Mouawad
traduzione di Monica Capuani del testo originale Tous des oiseaux
adattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi
dramaturg Monica Capuani
regia Marco Lorenzi
interpreti Aleksandar Ćvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Irene Ivaldi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Francesca Osso, Federico Palumeri, Rebecca Rossetti
scenografia e costumi Gregorio Zurla
disegno luci Umberto Camponeschi
assistente alla regia Lorenzo De Iacovo
disegno sonoro Massimiliano Bressan, vocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro
esecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo
Video Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte
consulente lingua ebraica Sarah Kaminski, consulente lingua tedesca Elisabeth Eberl
produzione
un progetto de Il Mulino di Amleto
una produzione, A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi
con il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
Durata: 100 minuti (I parte) – intervallo – 75 minuti (II parte)





