Caivano dreamin’, se puoi sognarlo

Aprile 2026, Pozzuoli, Teatro Sala Moliere, quello della resistenza, del teatro che vive e resiste, diretto da Nando Paone, delle persone che si alzano da tavola e camminano, desiderano andare incontro alla vita e alle emozioni e ai desideri che due protagonisti, Fulvio Sacco e Christian Giroso, mettono in scena. Una scena all’apparenza scarna che una luce delimita, racchiude, ritaglia, come un quadrato magico sospeso nel nulla, come sospesa nel tempo di una domanda è la storia raccontata. Caivano dreamin’.

Andare a teatro oggi è un atto di resistenza.

Settembre 1926, America, quella degli italoamericani, l’America del proibizionismo , quella sognata negli occhi di chi s’imbarca alla ricerca di chissà cosa, che chi parte sa da che cosa fugge ma non sa quello che trova.

Settembre 1926, New York, una prigione, un angolo di prigione, una panca, un gabinetto. Niente di più, non hanno niente di più i due improbabili prigionieri, Sacco, regista e attore e Giroso, attore, niente di più che una speranza, un sogno, delle bottiglie di anice con un topo disegnato sopra, uno specchietto, che può sempre farci compagnia. Basta poco ai due attori per portarci con loro, per farci viaggiare con loro.

Due uomini alla ricerca della loro vera strada che passa per il mare, per l’oceano fino ad arrivare in America a New York, che se solo. What if, proprio come nei fumetti, cosa succederebbe se, se noi incontrassimo un impresario, l’attrice dei nostri sogni, se portassimo da bere, se un nostro disegno finisse nelle mani di chissà chi, che ci permetterebbe chissà cosa. Tutta una vita a fantasticare, a immaginare con in tasca un biglietto e una voglia di riscatto. Il bisogno di fuggire dal proprio piccolo luogo d’origine per scoprire poi che non era così piccolo, e nemmeno così male alla fine. Caivano come New York, Berlino come Carpi, cantavano i CCCP.

Due attori, una prigione, la prigione di ciò che vogliamo e che desideriamo. Christian Giroso. Voglio fare l’attore, ho la faccia d’attore, anche lo specchio d’attore. Specchio riflesso, rifletto su ciò che sono, rifletto come sono. Chiedetemi una faccia felice.

Fulvio Sacco. Voglio fare il disegnatore. Volevo solo una matita e un foglio. Un topo dalle orecchie grandi e un pantaloncino corto. Uno la spalla dell’altro, si muovono, si toccano, saltano da un punto all’altro di questo quadrato costruito ad arte. Ridono e si commuovono, si disperano tra una soluzione e l’altra, tra un racconto di vita e un sogno nel cassetto. Il sogno di un attore innamorato, il sogno di un topo disegnato.

Un’immagine potente se solo. What if. Ma le strade sono tracciate e poi diciamoci la verità. L’anice nostro è proprio buono.

Partire per provare a cambiare, cambiare per provare. Voi non sapete chi sono io. Non sapete chi siamo noi. Siamo italiani di Caivano, quella alta, dietro al castello, quella bassa, avanti al castello. Uno fa tanti giri per trovarsi compagno di cella un vicino di casa, che non sa disegnare, che non sa fare l’attore, che non sa un sacco di cose ma ancora sogna, spera, desidera, ci prova, non muore. Semmai ci facciamo secchi, ma guai a farlo davvero che secchi poi.

Secchi si muore, stecchiti, caput.

E allora i nostri antieroi ci provano e trovano qualcuno con cui parlare, delle zoccole, nascoste, che non fanno sconti a nessuno. Troveranno alleate le bestioline nel muro, troveremo altre Americhe io e te, che un modo per parlare lo troviamo, perché vogliamo, desideriamo. Ci crediamo, ecco. Questo portano in scena Sacco e Giroso, la voglia di crederci ancora nonostante tutto, nonostante quattro mura e un gabinetto, nonostante il vivere quotidiano, l’aspirazione contro le linee tracciate, il sogno, nonostante. Nonostante Napoli, Caivano, New York, l’Italia e l’America. Crederci sempre.

Solo chi vuole può, che se lo sogni puoi averlo, che se lo desideri puoi sognarlo e puoi averlo e devi farlo. Se non fai quello che devi per avere quello che vuoi è un vero peccato e noi di peccati non vogliamo commetterne più vero americani? Fateci uscire. Beviamoci su, contro le regole imposte, tiriamo su abbastanza per andare via, torniamo che si torna sempre dove si è stati bene. Anice per tutti, bevete con noi. Quest’anice lo facciamo a Caivano, sogniamo Caivano.

Anice di famiglia con un logo particolare, una zoccola, un topo, pantaloncini corti e orecchie tonde grandi proprio come un certo topo. Beviamo su, che la cauzione non è lontana, non può essere solo un sogno, una speranza. Girare, andare e cercare fortuna per tornare poi dove il cielo è limpido. Dietro macerie e false speranze, le case in cui avresti voluto vivere, le attrici che avresti voluto amare, quelle che hai desiderato, sognato. Poi tutto svanisce, non resta che un colpo di pistola, una cravatta slacciata, e un richiamo dal muro, una zoccola, un messaggio. Chi sogna può farlo, chi disegna sogna, magari un topo, due orecchie grandi tonde, un paio di calzoncini. Michele da Caivano, per gli amici Mickey. Non mi avete riconosciuto?