Le parole che non scrivo, vent’anni dopo

Cosa me ne farò di un amore senza carezza?

“Mi piacerebbe sai vederti piangere anche una lacrima per pochi attimi.” Pochi attimi, tanti bastano a Giordano Criscuolo per riportarci nel suo mondo, che poi è anche il nostro, un mondo fatto de Le parole che non scrivo, Eretica Edizioni, anno del Signore 2025. Pochi attimi, pochi giorni. Tre giorni come quelli che vive Manuel il protagonista di questa storia rock, fatta d’amore e chitarre distorte, lui insieme ai suoi amici, il suo gruppo, gli Spermi in salamoia. Mi ami? Canterebbe qualcuno. Pochi attimi, sei anni come quelli che trascorrono da un momento all’altro. Quell’attimo che passa negli occhi di lei, occhi dove perdersi nuotando nell’aria. Annalisa, Marlene, musa ispirami, musa proteggimi, conosciuta al liceo e ritrovata qualche sera prima di un concerto, prima del grande evento. Un sabato del villaggio anni novanta.

Lei a cui dedicare poesie e lettere d’amore, come quelle che abbiamo scritto da ragazzi tra un’interrogazione finita male e un filone universale direzione mare, pensando ai suoi occhi antichi. Lei a cui registrare cassette con le nostre canzoni della vita.

Venti anni dopo di nuovo in libreria

Pochi attimi ancora e il cuore domanda, cos’è che manca.” Venti anni, tanti sono gli anni trascorsi dall’esordio letterario di Giordano Criscuolo con il romanzo Le parole che non scrivo. Venti anni, quanti anni hanno i protagonisti: Manuel, Gianni, Marco. Venti anni dopo siamo ancora qua a ricordare, ad omaggiare. Più che un romanzo è la playlist di una vita. C’è tutta la musica del mondo di Criscuolo, c’è tutta la musica che conta quando sei giovane. Le certezze, le differenze tra rock e pop, la stessa che passa tra un sasso volgare e una colorata gemma di bigiotteria. I dischi che hanno cambiato il nostro modo di stare. Le camicie di flanella, Aidi, il vecchio Alex, il piccolo principe. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Andrea De Carlo. C’è Leopardi, c’è la poesia e il punk come principi di vita. Le parole che non scrivo sono quelle che mi mancano di più racconta Manuel, scrive Giordano.

Le parole dei nostri maestri di vita. Le parole di Guccini, di Kurt, di Cristiano Godano, di Giovanni Lindo e di Manuel, che dà il nome al nostro protagonista. Una storia d’amore discordante, urticante come solo certe storie d’amore sanno essere, come solo certi scrittori sanno scrivere, come solo certi cantanti sanno cantare. Come solo quando avevamo vent’anni potevamo. Ecco perché “non è facile, dovresti credermi sentirti qui con me perché tu non ci sei”, perché io non ho più vent’anni e forse ha ragione Niccolò Fabi quando canta “perderei la testa adesso fosse in me ma tra le conseguenze dell’età c’è chi si improvvisa me e si ricapitola.”

Eppure noi siamo qua a leggere e rileggere Le parole che non scrivo e a pensare che nonostante tutto “la rivoluzione è una svolta. La rivoluzione è ammazzare il parassita interiore, pugnalare le fobie e sfidarle. La rivoluzione non è fumare. La rivoluzione è smettere.” Avere vent’anni o quaranta, la rivoluzione è la cura di sé, dell’amore che rende eterne certe promesse, talune speranze, ragazze che forse non se lo meritavano, ma che sono Beatrice, Eleonora, Marlene nei nostri occhi di adolescenti incazzati. La rivoluzione è preservare il bambino sull’altalena, vedere ancora e ancora riflesso nello specchio quel bambino che con le cuffie e un vecchio walkman tra whiskey e catrame a squarciagola canta male perché l’importante non è cantare bene ma cantare con il cuore, come suggerisce l’avvocato di Asti. Friday I’m in love, nonostante la tosse, nonostante gli sputi.

La rivoluzione è ritrovarsi dopo vent’anni a rileggere Le parole che non scrivo di Giordano Criscuolo.