Un ponte lascia passare le persone, collega i modi di pensare. I ponti portano da un punto all’altro, da una costa all’altra, metaforicamente un ponte chiamato Art1307 unisce Los Angeles e Napoli.
I ponti uniscono mondi e in particolare l’Italia e la California grazia al lavoro e alla curatela di Cynthia Penna che ha presentato la prima tappa di questa mostra “The Marks of Our Time” a Los Angeles con il patrocinio del locale Istituto Italiano di Cultura e adesso a Ercolano, nella Casina dei Mosaici di Villa Favorita.

I ponti superano, travalicano e resistono alle correnti. Ogni presenza umana segna un passaggio. Dall’alto un ponte offre nuovi e altri punti di vista, come quelli degli artisti invitati che attraverso le proprio esperienze personali aprono spazi di riflessioni sul percorso che l’uomo lascia dietro di sé attraverso la Storia. Una storia che può essere personale e collettiva, come solo le grandi narrazione sanno esserlo, private e comuni a tutti al di là del tempo stesso. Passato e presente che si sovrappongono come negli autoritratti fotografici di Viviana Rasulo.

Un lavoro che parla del fluire del tempo, come di acqua che scorre sotto a un ponte.
Artisti italiani e americani a confronto, in un dialogo continuo, visivo e concettuale, attraverso vari linguaggi quali pittura e fotografia, installazione e scultura a testimonianza di connessioni e cambiamenti.
Pitture allo stato puro sono i lavori di Antonella Masetti Lucarella che pure fonde memoria storica e personale per descrivere attraverso dei ritratti di donna la complessità del mondo femminile.

Opere preziose sono i lavori di Danilo Ambrosino che attraverso l’uso della foglia d’oro trasforma le piante in icone sacre. Madonne bizantine resistenti, speranza contro i nuovi mostri figli dei nostri tempi malati. Una resistenza alle brutture del mondo, al cambiamento climatico che tanti problemi ha causato e sta causando, come l’incendio che ha devastato proprio Los Angeles a gennaio. Incendio che racconta Carla Viparelli nella sua installazione “ chiave a d’oppio mandata”. Una serie di dipinti dove si ripetono due elementi, la chiave, simbolo di tutto ciò che è rimasto di tante case distrutte e il papavero, rosso come le fiamme e salvifico per dimenticare brutti momenti.
Il ricordo, la memoria, il nostro passaggio, bello o brutto che sia torna anche nel lavoro di Alfonso Sacco. Oogni nostro passo lascia un’impronta sulla terra. I colori di Sacco riportano alla luce episodi di vita. Come fazzoletti annodati sono moniti per ricordare, per non dimenticare.

Perché la memoria è materia viva, come la vita è in continua evoluzione, come l’arte, come i lavori di Pamela Beck. Fiori e colori che si trasformano senza sosta. Senza paura di se e di ma il Flower Power sta nella loro continua mutazione. Non più nature morte bensì materiali alterati e da alterare con il colore e con la luce.

Sempre di materiali sono composti i lavori di S.P. Harper. Materiali meno delicati dei fiori che però l’artista recupera, trasforma. Dona loro una nuova vita nobile, preziosa attraverso geometrie astratte.

Un fare artistico che vira verso l’ecocentricità per un cambiamento collettivo universale contro lo spreco, per il riutilizzo e il riciclo.

Il rifiuto, il materiale dimenticato sono metafora e al tempo stesso prova evidente che qualcosa nel progresso umano non ha funzionato.
Come nel lavoro di Peter Hiers, la gomma, i pneumatici usati, le texture strappate sono la frattura sotto agli di occhi di tutti, il passo falso di un’umanità ormai allo sbando in bilico tra desideri e conseguenze, tra necessità e voglie.
Frammenti di vita come interrogativi, come indagini che ogni individuo sperimenta nel suo passaggio attraverso la storia. Una storia che Max Coppeta rende visibile attraverso materiale innovativi. Trasforma esperienze sensoriali in luci, come sfere in evoluzione sospese tra stati diversi della materia. Tutto si trasforma, tutto muta e cambia lungo la linea del tempo.

Proprio per questo cornice migliore della Casina dei Mosaici non poteva esserci. Un gioiello di architettura settecentesca che affaccia sul mare, un luogo di riflessione e pace, un piccolo paradiso dove perdersi appartenente al Parco di Villa Favorita, incastonata nel miglio d’Oro di Ercolano.
Architetture che combattono il tempo, che influenzano il nostro essere qui e ora. Plasmano il nostro presente raccontando la nostra storia come nei lavori di Richard S. Chow.
Strutture storiche, vicoli consumati, archi, colonne, pietra. Il passato è anima viva che viene fuori in tutta la sua bellezza attraverso un’architettura che ritroviamo nelle nostre regioni. Una storia che Frederika B. Roeder mira a catturare, il Tevere che scorre lento, Viterbo, borghi medievali. Vie antiche catturate e restituite dall’artista con pochi colori. Oli, inchiostri e acrilici che esplorano il nostro territorio.
Paesaggi che possiamo ritrovare su Google Heart, paesaggi che come Edward Lightner possiamo trasformare in grandi opere dal potente impatto emozionale. Crateri, strade e deserti che diventano forme e colori.

I ponti sopravvivono al tempo e noi non possiamo fare altro che lasciare delle impronte dietro di noi. Come tanti Pollicino disseminiamo indizi del nostro passaggio, tracce che gli artisti trovano e interpretano. Molliche di pane e vita che gli altri sono destinati a raccogliere e a vedere. Piccoli tasselli e mattoni che vanno a formare la nostra grande storia collettiva.
Una storia che nasce molto prima della tecnologia, dei processori, dell’intelligenza artificiale, fatta di materia e e segno. Una storia ben rappresentata nei lavori di Andree B Carter realizzati con materiali che possiamo toccare e sentire sotto la nostra pelle, lontani dal virtuale.
Una storia, quella dell’umanità drammatica e complessa dove purtroppo i ponti non collegano più ma vengono distrutti, protetti, chiusi. Si alzano muri, nascono nuove frontiere e barriere. L’acqua non è più vita ma morte, spesso in mare aperto. Ecco perché abbiamo bisogno di approfondire, di scavare, di arrivare alla vera natura delle cose, oltre l’estetica, oltre il visibile. Ecco perché abbiamo bisogno di artisti come Marco Adinolfi e Massimo Cicala che provano con il loro lavoro ad abbattere distanze.

Solo con un cambio di prospettiva è possibile vedere ciò che va oltre l’apparenza.
Le loro opere sono appunto il segno dei nostri tempi. Un segno che gli artisti tutti in questa mostra provano a tracciare, a farci guardare.

Una linea gialla a indicare il percorso. Questi sono i “marks of our time”. Loro hanno indicato la luna, Cynthia Penna, li ha messi insieme. Adesso sta a noi non guardare il dito.
The Marks of Our Time
a cura di Art1307
Casina dei Mosaici nel Parco a mare di Villa Favorita – Ercolano
dal 10 al 25 maggio 2025





