Sabato 8 Febbraio, la Piccola Galleria Resistente ha aperto le sue porte a Roberta Frascati e al suo “Bar”, atto unico di circa 50 minuti di cui l’attrice è anche autrice, per la regia di Franco Nappi e Riccardo Pisani.
In questo spazio, dove le pareti hanno sentito più storie di quante ne possiamo immaginare, dove ogni angolo sembra sussurrare segreti, l’arte torna al centro di un dialogo vivo, sincero e umano. La Piccola Galleria Resistente infatti, non è semplicemente uno spazio espositivo, ma una vera e propria casa per l’arte e per chi desidera avvicinarsi ad essa in modo autentico.
Situata in un angolo accogliente della città, lontano dalle grandi folle e dalle frenesie dei circuiti più commerciali, la galleria offre un ambiente intimo e caloroso, dove l’arte non è solo da osservare, ma da vivere.
Forse è proprio per questo che “Il Teatro cerca casa” , iniziativa nata da un’idea di Manlio Santanelli per portare il teatro e la musica all’interno di case, terrazzi e giardini privati, si è fermata alla PGR, perché ciò che colpisce immediatamente è l’atmosfera accogliente e familiare che il proprietario, Antonio Conte, artista di grande sensibilità, riesce a trasmettere.
Qui l’interazione diventa parte integrante dell’esperienza e non c’è distanza tra l’artista e lo spettatore. Ogni angolo della galleria è pensato per far sentire tutti a proprio agio, con spazi che si adattano perfettamente a eventi culturali di ogni tipo: dalle mostre alle performance, dai concerti alle letture, al teatro.

Non è la prima volta che un cuore batte forte sotto il peso del silenzio e non è la prima volta che il teatro cerca casa ma il bello forse è proprio questo, assistere e dare vita per la prima volta a qualcosa che non ci appartiene completamente. Siamo ospiti, siamo artefici e spettatori, siamo gli altri che si riflettono nei nostri occhi. E in questo spazio, dove le porte si aprono per chiunque sia alla ricerca di qualcosa di vero, non c’è più distanza. C’è solo il corpo che racconta, la voce che non ha paura di farsi sentire.
È qui che si inserisce perfettamente Roberta Frascati, è qui che “Bar” diviene un viaggio introspettivo profondo, condito da emozioni, riflessioni e un’inaspettata lucidità.
Il monologo si sviluppa come un dialogo con se stessa, con il passato e con le aspettative di una società che ci spinge sempre più verso il fare senza lasciarci spazio per l’essere.
Le riflessioni della protagonista sono accompagnate da un ritmo cadenzato e lento che ben si adatta al tema centrale: la necessità di fermarsi e fare un bilancio, di ripulire non solo lo spazio fisico, ma anche quello interiore. Ogni oggetto che trova e ogni ricordo che riaffiora diventa un pretesto per affrontare temi universali, come la paura di fermarsi, la solitudine, e la riscoperta del tempo come bene prezioso.

L’interpretazione dell’attrice è intensa e coinvolgente. Con ogni movimento, con ogni parola, riesce a trasmettere l’urgenza della riflessione, ma anche la calma che nasce dalla consapevolezza di dover riscoprire un modo più naturale di vivere. La scenografia, minimalista ma simbolica, supporta perfettamente l’evoluzione emotiva della protagonista e la conclusione del monologo non può che essere potente e liberatoria.
Dopo aver fatto ordine nel suo mondo materiale, la protagonista è pronta a fare ordine anche nella sua vita, con l’intento di viverla in modo più consapevole e meno frenetico. Il messaggio finale è chiaro: non dobbiamo essere prigionieri del tempo che scorre, ma imparare a fermarci, a rallentare e a dare spazio alla riflessione, all’ascolto di noi stessi e degli altri.
Lo spettacolo, nato durante il periodo della pandemia e del lockdown, come ci rivela la stessa Roberta Frascati, è dunque un invito a fermarci e ad interrogarci sul nostro essere nel mondo, perché tutto sommato a qualcuno non è dispiaciuto affatto l’isolamento forzato, fatto di consapevolezza e di ascolto.
Il monologo ci riporta ad una dimensione più intima, ci innesca quel bisogno di rallentare che troppo spesso ignoriamo, ci spinge a riprendere il controllo del nostro tempo per fare spazio ad un’esistenza più autentica. È cosi che nella testa e negli occhi degli spettatori, si insinua la consapevolezza che quella stessa vita che da anni si consuma tra impegni, corse e mille incombenze, è solo un inganno, un vortice che ci fa sopravvivere anziché vivere davvero.
L’interpretazione di Roberta, cosi credibile, cosi vera, alterna momenti di grande tensione emotiva a sfumature più leggere, come a voler indicare che la vita, anche nei suoi momenti più oscuri, non smette mai di essere, in qualche modo, una possibilità di riscatto.
In un’epoca in cui la velocità sembra dominare ogni aspetto della nostra esistenza, il monologo fa riflettere, lascia il segno, riuscendo a farci domandare: siamo davvero vivi, o stiamo solo sopravvivendo?






