Venezia 81 – The new year that never came (Anul nou care n-a-fost)

The New Year That Never Came, diretto dal regista rumeno Bogdan Mureşanu e vincitore del massimo riconoscimento nella sezione “Orizzonti” all’ottantunesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un’opera che combina realismo e farsesco per raccontare la caduta del regime di Ceausescu nel 1989. Il film intreccia sei storie di altrettanti personaggi, ognuno collegato in maniera sottile ma significativa agli eventi che condurranno alla fine di un’epoca, rappresentata con un tono satirico, tra tragedia e assurdità.

Tra le vicende che dominano il film, spicca quella di un regista televisivo, costretto a falsificare la registrazione della serata di Capodanno che sarà trasmessa sulla TV pubblica rumena: la sua missione è quella di cancellare – o meglio di sostituire – la presenza di un’attrice che, nel frattempo, è fuggita dalla Romania a causa del suo dissenso verso il regime. Questo stratagemma riflette l’assurdità del controllo politico e della censura di Ceausescu, che si ostina a manipolare anche i dettagli più insignificanti, mentre il potere comincia a sgretolarsi sotto i suoi piedi.

Una delle storie più grottesche e emblematiche del film è quella di Gelu, interpretato da un ottimo Adrian Văncică. Gelu è un uomo qualunque, impacciato e preoccupato, che si trova in una situazione surreale: suo figlio, con innocente spontaneità, ha scritto una lettera a Babbo Natale chiedendo che lo “zio Nico” – un riferimento poco velato a Nicolae Ceausescu – muoia. La richiesta del bambino, che incolpa il padre per aver messo quell’idea nella sua testa, getta Gelu nel panico: consapevole della sorveglianza onnipresente del regime e del rischio che la lettera venga intercettata, Gelu si imbarca in un’impresa disperata per cercare di recuperarla e distruggerla prima che finisca nelle mani sbagliate.

Questa situazione assurda rappresenta la tensione costante e l’angoscia che permeava la vita sotto il regime; il semplice atto di un bambino, una lettera innocente, diventa per Gelu una minaccia alla sua stessa esistenza. La sua vicenda, tragicomica e grottesca, funge da metafora del potere opprimente che, fino all’ultimo, cerca di controllare persino i pensieri e i desideri delle persone: Gelu, che si dimostra tanto ridicolo quanto tragico, si ritrova in preda al panico, costretto a combattere contro un nemico invisibile che sembra sovrastarlo da ogni lato.

La sua storia si intreccia con le altre narrazioni del film, in particolare con quelle del regista televisivo e degli altri personaggi che, in modi diversi, vivono sulla propria pelle la tensione di un Paese sull’orlo della rivoluzione. Mentre Gelu cerca di distruggere la lettera compromettente, la Storia procede inesorabile, con le manifestazioni contro il regime che si moltiplicano nelle strade di Bucarest e di Timișoara. Paradossalmente, e nella finzione messa in scena da Mureşanu, sarà proprio Gelu a dare il via alla rivolta: durante una delle manifestazioni, mentre cerca di confondersi tra la folla, accende dei petardi per creare scompiglio, scatenando il caos e innescando quella che diventerà la protesta decisiva contro Ceausescu.

Il film si sviluppa attraverso una struttura corale, in cui le sei storie si intrecciano per creare un ritratto complesso della Romania nel 1989, un Paese paralizzato dalla paura ma in procinto di cambiare. Ogni storia offre una prospettiva unica sulla vita sotto il regime, mettendo in luce le tensioni, le repressioni e le piccole ribellioni quotidiane. La vicenda di Gelu è emblematica di questo grottesco equilibrio tra la paura dell’autorità e la farsa di un potere che, ormai, ha perso completamente il contatto con la realtà.

Mureşanu utilizza con maestria un registro che alterna momenti di comicità nera a sequenze di tensione drammatica, mantenendo lo spettatore sospeso tra il riso e l’angoscia: le ambientazioni, cupe e quasi claustrofobiche, descrivono una Romania intrappolata in un tempo fermo, che attende con ansia il crollo di un regime ormai in disfacimento. Le vite dei protagonisti si incrociano sullo sfondo di una Bucarest tesa e confusa, un luogo dove la realtà sembra sempre sfuggire tra le dita.

Uno degli elementi più affascinanti del film è l’inserimento di immagini documentarie delle rivolte di Bucarest del 1989, che vengono sapientemente montate insieme alla narrazione finzionale: questi filmati storici, che mostrano la caduta del regime, si sovrappongono alla realtà immaginata, creando un forte senso di disorientamento. La fusione tra realtà e finzione – operata attraverso una serie di elementi diegetici che richiamano alla Storia – è uno degli strumenti più potenti del film, che riflette la confusione di quei giorni e l’inevitabile crollo di un sistema opprimente.

Nel finale, Gelu si rende finalmente conto dell’assurdità della sua vita e della sua inettitudine: la lettera che tanto lo preoccupava diventa un dettaglio insignificante di fronte alla caduta imminente di Ceausescu. Eppure, è proprio lui, con il suo gesto goffo, a dare il via a quel cambiamento che segnerà la Storia. Le immagini della caduta del regime, con le rivolte in strada, si mescolano ai destini dei protagonisti, suscitando nello spettatore una sensazione di liberatoria catarsi: un capodanno che sembra non arrivare mai, una promessa di rinnovamento che esplode dalle strade con una Romania sospesa a metà tra il vecchio e il nuovo.

The New Year That Never Came è un film che colpisce per la sua capacità di raccontare la Storia attraverso un tono grottesco e satirico, senza perdere di vista l’umanità dei suoi personaggi. Bogdan Mureşanu firma un’opera che riflette sull’assurdità del potere e sulla condizione umana di fronte ai grandi cambiamenti, mescolando finzione e realtà in un racconto che, proprio per il suo sottile collegamento con il presente nel quale la manipolazione delle immagini sembra essere divenuta norma, risulta indimenticabile.