Venezia 83 – Un po’ di luce (Kami Nour), recensione del film di Ali Asgari

Un po’ di luce (titolo originale Kami Nour, mentre quello internazionale è A Bit of Light), in sala dal 1° ottobre 2026 con Teodora Film, è il sesto lungometraggio del regista iraniano Ali Asgari, con cui approda in concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dopo aver presentato i lungometraggi Disappearance (2017) e Divine Comedy (2025) nella sezione Orizzonti.

Un po’ di luce parte da una premessa tanto forte quanto sconfortante. Arash (Misagh Zareh, protagonista de Il seme del fico sacro) è un medico che ha preso la decisione di togliersi la vita, dopo che la Repubblica Islamica gli messo i sigilli allo studio e revocata la licenza di esercitare la professione. La sua colpa? Aver fatto il suo mestiere: aiutare chi è ferito e ha bisogno di cure. Ci troviamo nella Teheran di oggi, dove ogni minima critica o manifestazione di protesta viene repressa e la minaccia rappresentata da Trump e dalle sue bombe si fa sempre più imminente e concreta.

Vita a Teheran, tra guerra e repressione

Arash non vuole lasciare nulla al caso. Avverte delle sue intenzioni prima il fratello (Ramtin Daghigh), cui affida il gatto, e poi le sorelle (interpretate da Sadaf Asgari e Forouzan Jamshidnejad) che raggiunge con la macchina colma di piante da lasciare loro. La tappa finale è la casa di famiglia, dove spera – affiancato da fratello e sorelle – di trovare il coraggio per confessare il suo proposito alla madre. Diverse e significative sono le deviazioni del breve ma intenso viaggio fisico e soprattutto esistenziale di Arash. Un viaggio che documenta la sofferenza vissuta dal popolo iraniano, schiacciata dal regime e ora dalla guerra del paese con gli Usa, ma anche la sua grande capacità di resistenza, di andare avanti superando ostacoli che paiono insormontabili. La reunion familiare del protagonista diventa allora l’ultimo baluardo di speranza, dove sono gli sguardi, i non detti, i piccoli gesti e i momenti di allegria a far affiorare un barlume di calore e di umanità anche nell’animo più disilluso e provato. “Forse ciò che ci permette di andare avanti non è l’assenza di sofferenza, ma i legami invisibili che ci uniscono, la sensazione che la nostra esistenza sia intrecciata con quella degli altri”, scrive Ali Asgari nel pressbook del film che il regista iraniano ha scritto con Shadmehr Rastin, candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Un semplice incidente di Jafar Panahi.

Ali Asgari racconta l’Iran di oggi attraverso una storia familiare

Girato tra molte difficoltà – le riprese si sono concluse in Turchia proprio per lo scoppio del conflitto tra Iran e Stati Uniti – il film si ispira a Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami e a La stanza del figlio di Nanni Moretti, riflettendo sul valore della vita e su ciò che rende l’esistenza meritevole di essere vissuta. Il film non offre risposte consolatorie né pretende di sciogliere il dolore di Arash: lascia piuttosto che siano la presenza degli altri, la memoria condivisa e la possibilità di sentirsi ancora parte di qualcosa a incrinare, lentamente, la sua decisione. Con una regia rigorosa e una narrazione che procede per sottrazione per poi crescere in termini di temperatura emotiva sul finale, Asgari costruisce un film profondamente politico senza mai rinunciare alla dimensione intima. La repressione, la guerra e l’isolamento di una società attraversata dalla paura restano sullo sfondo, mentre al centro c’è un uomo che cerca disperatamente una ragione per continuare a vivere. E quella ragione, suggerisce il regista, potrebbe non trovarsi nelle grandi risposte, ma nella trama fragile ma resliente dei rapporti umani: in una madre da salutare, in un fratello a cui affidare un gatto, nelle piante da lasciare a una sorella, in una famiglia capace ancora di ridere insieme.
È una speranza minima, quasi impercettibile. Ma, in un mondo che sembra fare di tutto per spegnerla, può bastare anche un po’ di luce.