Venezia 82 – Orphan di László Nemes

Il suo debutto, Il figlio di Saul, aveva immediatamente lanciato László Nemes nel cinema che conta: il Gran Premio della Giuria a Cannes, seguito da Golden Globe, Bafta e soprattutto un Oscar per il miglior film straniero. Il regista ungherese aveva poi portato alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2018, Tramonto, conquistando il premio Fipresci. Il suo terzo lungometraggio, Orphan, è approdato quest’anno in concorso in Laguna e nuovamente si immerge nel passato del suo paese.

Per László Nemes un altro capitolo della storia ungherese

A Budapest, nel 1949, vediamo un bambino ebreo, Andor Hirsch (Bojtorján Barabas, al suo debutto sul grande schermo), ricongiungersi dopo anni di orfanotrofio con la madre sopravvissuta Klára (Andrea Waskovics), che le racconta di un padre brillante, scomparso in un campo di concentramento. Nel 1957, Budapest risente ancora degli strascichi della soffocata rivoluzione ungherese dell’anno precedente; il clima è opprimente e soffocante: il fratello della migliore amica di Andor è costretto a nascondersi per non essere catturato. Andor, ormai dodicenne, cresciuto nell’illusione di un padre idealizzato, vive un ulteriore dramma quando appare un uomo che afferma di essere il suo vero padre: un macellaio, Berend Mihály (Grégory Gadebois), rozzo, violento e prepotente, che tenta però a tutti i costi di ingraziarsi il ragazzo, a cui sembra immediatamente affezionarsi.

Recensione di Orphan di László Nemes

La parabola di Andor

Storia di formazione, per cui László Nemes ha tratto ispirazione dalla vera infanzia di suo padre, Orphan è un film che cerca – con alterne fortune – di saldare traumi personali e collettivi di una nazione che ha vissuto le ferite dell’Olocausto, della Seconda Guerra Mondiale e poi della dittatura sovietica. “Il film affronta la realtà che è stata molto dura per centinaia di migliaia di persone, in particolare nell’Europa orientale, alcune delle quali erano sopravvissute e aspettavano il ritorno dei familiari. È stato straziante ed estremamente doloroso. A volte, eri l’unico sopravvissuto della tua famiglia. Ci sono molte storie come questa”, racconta il regista.

Incarnazione di un paese, l’Ungheria, che fatica a trovare la propria identità, Andor è il cuore e il punto di vista privilegiato del film. Un protagonista che, rievocando i personaggi di Truffaut (I quattrocento colpi) e Rossellini (Germania anno zero), oscilla costantemente tra ribellione e sopravvivenza, verità e illusione. Un protagonista che fatica ad accettare ciò che lo circonda, così come la propria storia e che, per questo, è costantemente arrabbiato.

Film esteticamente mirabile – girato in 35mm -, grazie anche alla curata fotografia di Mátyás Erdély, Orphan ribadisce come la violenza generi violenza lasciando tracce indelebili anche nelle generazioni successive, ma è anche un film in qualche modo catartico. È necessario, infatti, venire a patti con la brutalità dell’esistenza per come essa è, nella sua nuda verità, e con i propri demoni interiori. “Se non affrontiamo le nostre ombre e non ci confrontiamo con il nostro passato, finiremo all’inferno”, commenta László Nemes nel pressbook del film.

Orphan, seppur lontano dalla compiutezza de Il figlio di Saul, è un’opera coerente con la visione di cinema del suo regista, interessante per come tratta il tema della genitorialità – che attraversa molti film del concorso veneziano – e rende i suoi personaggi emblematici di processi universali e, tristemente, ancora attuali.

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