Si potrebbe pensare che Il Maestro, presentato fuori concorso all’82esima Mostra del Cinema di Venezia, sia stato realizzato per cavalcare la nuova passione degli italiani per il tennis, resa tale dalla ribalta di un campione come Jannik Sinner e, dietro di lui, di un movimento finalmente competitivo. La sceneggiatura de Il Maestro nasce, invece, nel 2006, prendendo spunto dalla vita personale del regista, Andrea Di Stefano, che ha impugnato la racchetta fino ai 17 anni. Nel film, scritto insieme a Ludovica Rampoldi, Di Stefano torna a lavorare con Pierfrancesco Favino dopo il buon esito del noir L’ultima notte di Amore.
L’incontro-scontro tra maestro e allievo
Alla fine degli anni Ottanta, Pietro Milella (Giovanni Ludeno) è un ingegnere della Sip disposto a qualsiasi sacrifico per permettere al figlio Felice (Tiziano Menichelli) di diventare un tennista professionista, caricandolo di molte, forse troppe, aspettative. È lui stesso ad allenarlo con un rigido quaderno di regole e un’impostazione di gioco votata alla difesa e allo sfiancamento dell’avversario, che finisce per commettere un errore dopo l’altro. Quando per Felice giunge il momento di passare dai tornei regionali a quella nazionali, il padre decide di assumere un coach esperto. La scelta ricade su Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), un ex promettente giocatore che vanta nel palmares un ottavo di finale agli Internazionali d’Italia. Non potrebbero essere più diversi Felice e il suo neo allenatore. Il tredicenne è infatti timido, impacciato e costantemente in difesa, fuori e dentro al campo. Gatti è invece il classico talento e sregolatezza: libero, allergico alle regole, donnaiolo e imprevedibile, sempre pronto a mordere la vita ma anche – come abbiamo modo di capire sin dalle prime battute del film – piuttosto fragile. Insieme partono per un viaggio lungo i tennis club della penisola, un percorso che li porterà ad affrontare molto più di un match di tennis, in un’estate indimenticabile per entrambi. È il rapporto complesso – e conflittuale – tra allievo a maestro a costituire lo scheletro narrativo ed emotivo del film.
Tennis, metafora della vita
Il tennis, per le sue peculiari caratteristiche, è da sempre considerato lo sport del diavolo. La responsabilità pesa esclusivamente sulle spalle del giocatore. Se sei un professionista, hai nelle migliori delle ipotesi un team che ti aiuta e sostiene, ma in campo sei comunque solo contro te stesso – le tue paure, le tue insicurezze – e contro l’avversario. La pressione fisica e soprattutto psicologica è snervante. Il tennis ti punisce se perdi l’attenzione, la concentrazione, se abbassi la guardia e non chiudi il match. Il tennis anima sogni, ilusioni, ma alimenta anche recriminazioni e rimpianti. È ciò che lo rende così affascinante e al contempo, appunto, diabolico. Il tennis, infine, puoi scegliere con quale tattica esprimerlo, se in modo difensivo e conservativo, o in modo più offensivo. Insomma, il tennis è una chiara metafora della vita. Non facilmente rappresentabile al cinema, il tennis è visto ne Il maestro come un omaggio di Andrea Di Stefano al suo coach del passato. “Con Il Maestro ho voluto celebrare i mentori imperfetti, figure con passati dolorosi, ma ricche di cuore, capaci di aprirci gli occhi e cambiarci la vita”.

Ispirandosi apertamente alla commedia all’italiana, in particolare nella scrittura dei due protagonisti, il regista mischia i generi, realizzando un racconto ibrido – a metà tra il dramma sportivo e il coming of age – in realtà prevedibile, ma intriso di una autentica malinconia che funziona per la sua capacità di essere universale toccando temi come l’accettazione della sconfitta. Il Maestro cerca e trova le chiavi della nostalgia del passato (complice le canzoni della colonna sonora, da Ti pretendo di Raf a Franco Battiato, Giuni Russo, Sabrina Salerno e Righeira) grazie a una rappresentazione credibile e umana del tennis, a una sceneggiatura solida e a due interpreti perfettamente aderenti ai loro personaggi come Menichelli e Favino, che non mancano certo di talento.
