L’ultimo lavoro dei Gorillaz è veramente un grande disco?

Parliamoci chiaro, il disco “The Mountain – पर्वत dei Gorillaz è un gran disco. Tutta la produzione è impeccabile ma personalmente non mi è piaciuto; forse le aspettative erano diverse oppure i miei limiti mi portano a storcere il naso sull’imbastire un album per intero su quello che sembra un solo filo conduttore: l’India e la sua spiritualità.

La creatura creata dalle menti di Damon Albarn e Jamie Hewlett è da sempre sinonimo di avanguardia dell’intrattenimento: dalla loro prima uscita come band virtuale che li ha portati a vendere milioni di dischi ed essere nominata la migliore band virtuale di sempre. Anche con questo lavoro hanno fatto le cose alla grande, ma prima di iniziare un piccolo promemoria sui due co-creatori della band.

Per chi non lo sapesse, Jamie Hewlett è un artista visivo creatore della graphic novel cult “Tank Girl” e il suo stile è presente anche nella creazione dei personaggi della band, mentre Damon Albarn è il leader del gruppo Blur, fondato con l’amico d’infanzia Graham Coxon, che li ha portati a essere considerati i maggiori esponenti del Britpop. Ci tengo a fare una precisazione sull’uomo Albarn e sul suo impegno sociale, mai nascosto: nell’estate del 2025 ha chiarito la sua posizione sul conflitto israelo-palestinese, schierandosi a sostegno del popolo palestinese. Proprio lui, con i suoi Gorillaz, ha infiammato il palco del “Together for Palestine” il 17 settembre 2025 alla Wembley Arena di Londra con un’esibizione indimenticabile, in cui hanno presentato Damascus tra le prime canzoni dell’album, mentre alle loro spalle scorrevano le immagini animate della band che alzava la bandiera palestinese.

Ma torniamo all’album. Durante la registrazione di quest’ultimo la band fa perdere letteralmente le proprie tracce: il sito viene prima hackerato, poi compaiono delle coordinate; si rincorrono voci di un Albarn ritiratosi tra le montagne, brani in anteprima mai pubblicati sulle piattaforme streaming ma udibili solo in bassa qualità e in determinate città, e altro ancora — il tutto orchestrato dalla band per creare un hype sempre più carico all’avvicinarsi della data di uscita del loro nono album in studio sotto la loro etichetta discografica, la Kong, il 27 febbraio 2026.

L’album è pieno di collaborazioni: da Anoushka Shankar a Paul Simonon, dagli Sparks a Bizarrap, passando per i folli IDLES e Trueno, fino alla partecipazione di artisti scomparsi, tra cui spiccano i nomi di Dennis Hopper e Tony Allen, per un totale di 15 tracce presentate in anteprima durante il concerto “Gorillaz’s 25th Anniversary House of Kong” nel settembre 2025, seguito poi dalla pubblicazione ufficiale dell’album, anticipata da un cortometraggio proiettato in anteprima esclusiva nei cinema della catena statunitense Alamo Drafthouse il 26 febbraio 2026.

Iniziamo dal cortometraggio: poco più di 8 minuti in chiaro stile animato anni ’60, con la regia dello stesso Hewlett in collaborazione con lo studio THE LINE di Londra, dove si è fatto uso di disegni a mano misti a un lavoro ibrido analogico-digitale che ha richiesto un anno e mezzo per essere realizzato, il tutto accompagnato da tre brani: “The Mountain”, “The Moon Cave” e “The Sad God”.

Il video inizia subito con il gruppo immerso nella natura, portandoci a fare un parallelismo con il film d’animazione DisneyIl libro della giungla“. La prima apparizione tocca a Noodle, che se ne va in giro con il suo mantello rosso — un look che ricorda molto Tetsuo Shima, protagonista del film cult d’animazione giapponese “Akira” — anche se l’atteggiamento è più quello del protagonista di un altro anime che credo tutti quelli della mia generazione ricorderanno: “Conan, il ragazzo del futuro“. Dopo un incontro con un bruco e un drago con cui inscena un balletto, arriva il momento in cui si ricongiunte con il resto del gruppo: 2-D, Russel e Murdoc. I quattro arrivano a una grotta dove ad attenderli c’è una sorta di Caronte; da qui, se cercate su internet, noterete che partono le più disparate teorie, di cui evito i dettagli poiché le ritengo superflue. Una volta a bordo vengono portati fuori dalla grotta, per poi decidere di tuffarsi nelle acque del fiume, lasciando tutto in sospeso e alimentando, come già detto, le teorie di chi non riesce a fare a meno di cimentarsi.

Tutto molto bello e poetico, in cui si cerca di dare l’impronta che segue anche tutto il disco: un viaggio empirico tra vita, morte e aldilà nella ricerca di elaborare il lutto che ha colpito, a distanza di poco tempo, sia Albarn che Hewlett. Entrambi hanno perso il padre; a questo si aggiunge la suocera di Hewlett, da cui forse è partito tutto l’interesse per l’India negli ultimi anni. Lo stesso Hewlett, anni prima, era stato costretto a una permanenza forzata di un paio di mesi a Jaipur per assistere la suocera, colpita da un ictus, che si trovava lì con la moglie. Da lì l’idea di tornarci con Albarn, cosa fatta negli anni successivi, e in cui avevano dato un indirizzo alla storia della band con il video in cui i nostri sono intenti a procurarsi un passaporto.

Ora finalmente possiamo parlare del disco: un viaggio di poco più di un’ora — 66 minuti per essere pignoli —, un’esperienza spirituale fin dalle prime note con la title track “The Mountain” dove si fa di nuovo uso della voce del grande Dennis Hopper, che già prestò la sua voce per “Fire Coming Out the Monkey’s Head“. Nel brano sono presenti strumentisti originari dell’India: A. Prasanna al flauto, A. Shankar al sitar e Amaan Ali Bangash al sarod. La montagna viene descritta come il punto di arrivo o di partenza della propria vita, dove morte e rinascita si trovano su un confine sottilissimo.

Con la seconda traccia, “The Moon Cave“, riconosco lo stile dei Gorillaz; anche qui le collaborazioni non mancano, tra cui Asha Puthli e Black Thought. Questa volta si esplorano le paure che si hanno durante l’infanzia su ciò che ci aspetta dalla vita.

La traccia numero 3, “The Happy Dictator“, con il suo ritmo anni ’80, risulta molto attuale: quasi ti viene da pensare che sia scritta per descrivere personaggi discutibili come Trump e i suoi sodali.

Le tracce 4 e 5 portano ad affrontare il lutto con più leggerezza. Nella traccia “The Hardest Thing” troviamo un altro featuring postumo, Tony Allen, a conferma di come questo concept album viaggi su una linea sottilissima tra vita e morte. Poi arrivano i folli Idles a darci consapevolezza della perdita della persona cara con “The God is Lying“.

Anche il Brano “The Manifesto” affronta gli argomenti cardini dell’album, si presenta come un Rap Alternativo con il featuring del rapper argentino Trueno ed affronta la tematica del viaggio verso la morte, in cui ci si sente preparati e senza rimpianto, dove la montagna, ancora e sempre lei, rappresenta l’elevazione alla spiritualità.

Ci sono tracce malinconiche come “The Shadow Light“, che Albarn ha scritto subito dopo la morte del padre, dove tra consapevolezza e rimpianti ci si prepara ad affrontare il mondo senza la persona cara.

L’album si chiude con “The Sad God“, dove chi si interroga sulla perdita è una divinità — un punto di vista tutt’altro che banale.

Le restanti tracce seguono per lo più tutte il filo conduttore dell’intero album, la ricerca della spiritualità come “Delirium” e “Casablanca” , da segnalale “The Empty Dream Machine” dove troviamo un Albarn in stato di grazia, “The Plastic Guru” abbraccia il tema ambientale in cui la preghiera è rivolta ad un Guru ormai immerso nella plastica. Per finire “The Sweet Prince” che sa toccare le giuste corde emotive.

Per concludere, non si può dire niente di negativo su quest’album — che a me non fa impazzire — visto che tutto è fatto alla grande, dall’aspetto musicale al proseguimento della story line dei nostri eroi. Forse nel mio caso ha bisogno di qualche ascolto in più, o semplicemente di una predisposizione che ad oggi non ho. C’è chi affronta la perdita di una persona cara con un viaggio spirituale, ma è e resta un viaggio personale, intimo che su un intero album può stancare, sia dal punto di vista dei testi che della musica.

I Gorillaz sono già in tour con date in tutta Europa con due date in Italia, la prima il 27 Giugno a Lido di Camaiore in occasione di “La Prima Estate”, per poi ritornare, ma questa volta nella splendida cornice di Piazza Unità D’Italia a Trieste il 25 luglio.