Dead Man’s Wire, presentato fuori concorso alla 82.esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, segna il ritorno di Gus Van Sant con un’opera dal respiro potente e spiazzante.
Ambientato nel 1977, il film si ispira a un fatto realmente accaduto: Tony Kiritsis, uomo in rovina economica e sopraffatto dall’ingiustizia di una banca, prende in ostaggio il figlio di un dirigente immobiliare, legandolo a un fucile con un meccanismo tanto ingegnoso quanto spaventoso, un “filo mortale” che rende impossibile ogni movimento senza rischiare la vita. Questa è la vera storia del confronto che sconvolse il mondo: Tony chiese cinque milioni di dollari, di non essere né accusato né processato, e delle scuse personali da parte degli Hall per averlo truffato di ciò che gli era “dovuto”.
La vicenda si trasforma in un teatro mediatico, dove tensione, violenza e spettacolo si intrecciano in un crescendo surreale. Van Sant costruisce il racconto come una dark comedy dalle venature noir, sospesa tra satira sociale e dramma psicologico. Lo stile visivo gioca con split screen, fermo-immagini, inserti d’archivio e scelte di montaggio che richiamano il cinema americano degli anni Settanta, evocando atmosfere alla Dog Day Afternoon o Network, ma filtrate da uno sguardo contemporaneo.
Bill Skarsgård incarna un Tony Kiritsis fragile e rabbioso, capace di suscitare nello spettatore allo stesso tempo empatia e inquietudine. Al suo fianco, Dacre Montgomery interpreta l’ostaggio con intensità sofferta, mentre Al Pacino appare in un ruolo breve ma folgorante, come padre arrogante e distante, incarnazione del potere cieco. Colman Domingo e Myha’la Herrold arricchiscono il racconto rispettivamente come voce radiofonica e giornalista, rappresentando il lato vorace e spettacolare della macchina mediatica.
Il film non si limita a ricostruire un caso di cronaca, ma apre una riflessione più ampia sul rapporto tra individuo e sistema, sull’ingiustizia sociale e sulla spettacolarizzazione del dolore. Lo spettatore si ritrova intrappolato in un’ambiguità costante: da un lato la condanna per un atto criminale, dall’altro la comprensione per un uomo che, con un gesto disperato, si ribella a un sistema percepito come disumano.
Pur muovendosi su registri estremi e talvolta grotteschi, Dead Man’s Wire trova la sua forza proprio nella tensione tra realismo e parodia, nel trasformare la follia in un grido politico e la tragedia in un atto di denuncia.
“Spero che il film non causi troppa angoscia, – ha dichiarato il regista – sebbene riconosca che stiamo vivendo tempi molto difficili, e forse un certo disagio è inevitabile.”
Dead Man’s Wire è un film che diverte e inquieta allo stesso tempo, capace di parlare del presente attraverso una vicenda del passato, e di confermare Gus Van Sant come autore capace di reinventarsi senza mai smettere di provocare e sorprendere.

Dead Man’s Wire
Fuori Concorso
| Regia: | Gus Van Sant |
| Produzione: | Elevated Films, Pressman Film, Balcony 9 Productions, Sobini Films, RNA Pictures, Pinstripes |
| Durata: | 105’ |
| Lingua: | Inglese |
| Paesi: | USA |
| Interpreti: | Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Al Pacino, Cary Elwes Myha’la |
| Sceneggiatura: | Austin Kolodney |
| Fotografia: | Arnaud Potier |
| Montaggio: | Saar Klein |
| Scenografia: | Stefan Dechant |
| Costumi: | Peggy Schnitzer |
| Musica: | Danny Elfman |
| Suono: | Leslie Shatz |
| Effetti visivi: | Motion Design / Olek Lyzwanski |





