Il ricordo di Luca Beatrice del nostro Mimmo Di Caterino
“La creatività si fonda sui balzi quantici e l’incertezza.
In certi momenti particolari, le idee veramente nuove nascono dal substrato collettivo delle informazioni: non scaturiscono da un unico fortunato individuo, bensì dalla coscienza collettiva.
Ecco perché le scoperte scientifiche più importanti in genere vengono fatte da due o più persone nello stesso momento.
Le idee sono già diffuse nella coscienza collettiva, e le menti meglio preparate sono pronte a tradurle a livello pratico.
Essere capaci di afferrare al volo la conoscenza quando nessun altro la distingue è la vera natura del genio.”
Deepak Chopra, “Le coincidenze”,Sperling e Kupfer, 2008

Conosco la penna di Luca Beatrice, prima d’avere conosciuto lui, dai tempi in cui collaboravamo con Flash Art:
Il curatore Andrea Bellini raccontava ciò che avveniva da New York, io rappresentavo il punto di vista dell’arte Indy che non accettava curatele e Luca Beatrice da curatore rispondeva per l’Italia.
Il Direttore Giancarlo Politi aveva un fiuto speciale per individuare il nuovo e l’iconoclastico, nelle mode e nella modalità di lettura dell’arte contemporanea:
Luca Beatrice è stato il primo storico e curatore d’arte contemporanea a sapere essere consapevolmente e orgogliosamente pop: dismettendo i panni del serioso, accademico e inconfutabile che non accetta il contraddittorio, indossato dalla volgare e prezzolata scuola anni settanta-ottanta, incarnata dal dualismo Bonito Oliva – Vittorio Sgarbi, dinanzi i loro modi arroganti e le loro plastiche nudità in copertina, Luca Beatrice brillava di dolcezza e genuinità, le sue letture erano sempre dimensionate in relazione a quella cultura popolare che tanto amavano anche i suoi studenti d’Accademia, le sue letture della storia dell’arte partivano da cose come cover di Cd d’artista che chiedeva ai suoi studenti di Brera (molti gli arrivavano da Cagliari e Iglesias nel primo decennio di millennio) di remixare in chiave contenutistico espressiva, non è geniale?
La sua lettura della storia dell’arte contemporanea partiva dal look e dal modo d’apparire dell’artista, dallo stile che poi muoveva e relazionava direttamente alla vita e al lavoro, ha messo a fuoco come apparire e apparenza non siano la stessa cosa, e che se ragioniamo d’artisti figurativi (che vuole dire artisti maggiori) e d’arti figurative (che vuole dire arti maggiori) l’apparire non sia mai sterile apparenza ma una protesi di coscienza e di conoscenza che ben si relaziona alla propria processualità e relazionalità d’arte e di vita.
Incarnava bene il modello della lettura dell’arte e dell’artista contemporaneo in relazione al Genius loci in cui vive e si dimensiona, al punto che in un Flash Art del 2007, mentre io nel nome della mia idea d’artista indipendente mi scagliavo contro tutti gli addetti ai lavori che intermediavano la processualità della ricerca artistica (raccogliendo diffide ed allontanamenti) lui a un giovane studente d’Accademia di Reggio Calabria critico e polemico verso le possibilità del suo territorio, che gli scriveva: “Per uno studente a Reggio Calabria incontrare un critico come lei è utopia, mentre un allievo di Brera può mostrarle il proprio lavoro in qualsiasi momento”, rispondeva: “il mio caro amico Paolo Carta che vive a Siniscola (paesone in provincia di Nuoro, altro che Reggio Calabria!) alcuni anni fa ha smesso di lamentarsi, si è lasciato dietro le spalle la sindrome dell’isolamento, ha cominciato a giocare con il Pc e ha fondato una società di design e comunicazione in rete Thanit, diventando uno dei migliori webmaster italiani, specializzandosi nella costruzione di siti creativi (bellissimi quelli di Ennio Morricone e Gian Maria Volontè)”.

Per lui l’arte la si poteva leggere da ogni luogo in ogni luogo, dal micro al macro, in alto come in basso, senza nessuna discriminante e discriminazione, con dolcezza, gentilezza, raffinatezza e ironia infinita.
Grande tifoso della Juventus, amava farsi scatti fotografici più con Buffon che con artisti alla moda, immensa perdita per il mondo dell’arte e per le dinamiche e problematiche dell’Alta Formazione Artistica in Italia proiettata nel mondo, ci lascia da presidente della Quadriennale di Roma, dopo un malore improvviso che l’ha portato via all’età di 63 anni (ne avrebbe compiuti 64 ad aprile).
Ciao amico, è stato un piacere confrontarmi con te, con ruoli e posizionamenti diversi, sul senso del fare arte contemporanea in questo scorcio di millennio, ma so bene che il nostro confronto non termina qui, si svilupperà in relazione a ciò che abbiamo detto, sostenuto e scritto, in fondo rette parallele sono destinate a incontrarsi all’infinito.





