Focus su Riccardo Albanese (e un’anticipazione di mostra) a cura del nostro Mimmo Di Caterino (ndr)
“Senza l’azione di Lucifero, l’uomo sarebbe arrivato molto più presto a quel gradino dell’evoluzione, ma non avrebbe acquistato né l’indipendenza, né la possibilità della libertà.”
Rodolf Steiner, La scienza occulta nelle sue linee generali, Mondadori, 2007
Riccardo Albanese è uno Scultore, a dirla tutta l’unica vero Scultore della mia generazione, uno che ha sempre (anche da studente d’Accademia, ora è un docente) saputo che avrebbe fatto lo scultore, scrivo questo perché artisticamente siamo cresciuti insieme, nella stessa Accademia, nello stesso laboratorio, con la stessa realtà esterna a noi (rispetto alla quale ci perimetravamo, parametravamo e autodeterminavamo).

Per quanto con karma artistici differenti, abbiamo una modalità di sentire l’arte che ci connette, e quelle riflessioni che ci scambiavamo trent’anni fa, le abbiamo individualmente maturate attraverso strade, percorsi e territori che naturalmente ci portano a incrociarci nelle nostre traiettorie:
Riccardo è un Maestro di Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, ma ha una sua home gallery in Via Costantinopoli, a pochi passi dall’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove si è formato e dove e diventato Maestro di Scultura (è stato il Maestro d’Accademia di Belle Arti di ruolo più giovane d’Italia).

L’approccio di Riccardo alla Scultura è sempre stato vocazionale, entrato in Accademia diceva “voglio diventare uno Scultore”, il suo approccio generazionale nel mondo dell’arte contemporanea è stato dirompente non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche tra i giovani artisti della mia generazione, negli anni novanta su cosa fosse arte, volavano un sacco di cazzate, le performance erano una scorciatoia per ottenere visibilità, le arti maggiori erano ghettizzate da operazioni che miravano a negarne la forza e l’essenza (un poco come avviene oggi con gli NFT), lui ha saputo intercettare la banalità e la mediocrità imperante, anche tra i suoi coetanei e compagni di percorso generazionale, recuperando la bellezza e la spiritualità che nella Napoli di fine anni novanta, studiava e scopriva, lo faceva sul serio e l’ha fatto prima di tutti, prima che tutti mettessero le mani sulla città facendola diventare turistica e a pagamento in tutta la sua spiritualità e mistero fuori dal tempo, oggi banalizzato e assaggiato senza essere vissuto e compreso.

Negli anni Novanta su cosa fosse arte, volavano un sacco di…, le performance erano una scorciatoia per ottenere visibilità, le arti maggiori erano ghettizzate da operazioni che miravano a negarne la forza e l’essenza (un poco come avviene oggi con gli NFT), lui ha saputo intercettare la banalità e la mediocrità imperante, anche tra i suoi coetanei e compagni di percorso generazionale, recuperando la bellezza e la spiritualità che nella Napoli di fine anni novanta, studiava e scopriva.
Il portfolio di Riccardo è d’artista internazionale che ha partecipato alle principali biennali e fiere d’arte contemporanea, riuscito ad autodeterminarsi attraverso l’umiltà di chi vuole comprendere tecnicamente un mestiere, sensibile al bello in chiave spirituale, molto prima di Jago, dei social network e della viralità come valore di mercato, utilizzato per destabilizzare l’approccio all’arte della scultura come connettore umano sensoriale tra questa dimensione terrena e l’altrove, se Jago è il nuovo Michelangelo, non pecco a definire Riccardo Albanese il nuovo Francesco Queirolo.
Il vero mistero “politico” è: come mai l’unico vero Scultore, dal profilo internazionale maturato in giovanissima età (a vent’anni già esponeva con Mariangela Levita da Raucci Santamaria, non certo una galleria comune), oggi non raccolga quanto ha posto in essere dal punto di vista storico e della memoria?
Una risposta c’è: non ha mai consegnato l’essenza del suo lavoro alla volgarità e mediocrità dell’ideologia della strumentalizzazione politica, non lo troverete mai invischiato in situazioni e provocazioni volte solo a dividere per legittimare questa o quella amministrazione, la sua tensione all’arte non si è mai mossa su piani bassi.

Iscritti nel corso di Scultura all’Accademia di Napoli, del Maestro De Vincenzo (la modella vivente era Betty Bee, di che cosa stiamo parlando se non della storia dell’arte a Napoli che è arrivata in ogni dove?), non c’era ipogeo, Chiesa o monumento che ci sfuggisse e diciamo la verità, il mondo di ciò che imponeva l’Accademia ci sembrava un banale ludico strumento relazionale e poco più: la casa studio di Riccardo Albanese in Via Costantinopoli, non ha nulla da invidiare allo Jago Museum nella Sanità, ed ha il valore aggiunto d’essere stato costruito e determinato in completa autonomia, libertà e tensione di ricerca, dal punto di vista didattico e dialettico, meriterebbe la cattedra di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Napoli (nessuno me ne voglia, la Scultura è la Scultura), serve consegnare la Scultura e le arti maggiori, agli artisti maggiori che sanno essere fuori dal tempo e che leggono l’arte non come qualcosa di banalmente modaiolo o contemporaneo, ma coscienzialmente evolutivo.
Ho potuto visionare nella sua casa studio, l’impianto di una sua mostra che si terrà a Gianturco il prossimo Febbraio, restituendo alla città ciò che gli ha regalato in termini di bellezza e spiritualità, a quel punto non potremmo che concordare che la storia della rivoluzione di una generazione (quella di chi aveva vent’anni, negli anni novanta), è più complessa di ciò che viene mostrato e palesato, nulla si cancella, ciò che è stato, che si vede, si tocca e si sente, resterà con noi, da qui all’eternità, certi artisti è impossibile nasconderli e celarli sotto il tappeto, d’altronde cosa è una generazione d’artisti, se non la possibilità vicendevole di riflettere la propria ricerca nell’altro, acquisendo ciò che l’altro produce per noi come valore aggiunto?
L’arte è come il fumo, chi la genera e produce, mettendola in circolo, crea artisti passivi che per osservazione acquisiscono esperienze da innestare sulla propria.





