Gli Impressionisti in Normandia e l’action painting giapponese

Riflessioni sulla mostra Impressionisti in Normandia e sull’esposizione di Shozo Shimamoto alla galleria Il Ponte di Firenze e nella sede di Firenze del consiglio Regionale (ndr).

Gli Impressionisti: quanto studiati in Accademia, Aurora Spinosa docente di Storia dell’Arte somministrò a me e colleghi d’annata di corso in Accademia, financo un corso con esame specifico di Storia dell’Arte.

Oggi d’attempato docente, artista (forse) e uomo oltre la mezza età, decido d’andare a Firenze sl Museo degli Innocenti per la mostra Impressionisti in Normandia.

L’orda di visitatori e la loro popolarità universale di massa che ne riconosce genere e linguaggio, oggi me li fa rileggere come un maledetto e volgare prodotto populista e popolare che deve la sua diffusione all’allora nascente mercato privato che nel nome dell’anti accademismo e del possibilismo attesta loro un valore storico che non sono più sicuro abbiano.

Eugene Boudin, "La fattoria di San-Simeon".
Eugene Boudin, “La fattoria di San-Simeon”.

Perché meravigliarsi che il mondo Accademico li rifiutasse? Visti oltre la storiografia imposta, cosa è la loro pittura, se non pittura commerciale di genere?
In cosa sarebbero andati oltre la cartolina turistica che raccontava la realtà che vivevano?
Di quanta deleteria e infetta pittura commerciale sono responsabili dopo di loro?

Pittura all’aria aperta, rapidità d’esecuzione, iper produzione e la pretesa di concorrere con la macchina fotografica, cosa ha determinato tutto questo?

Pierre Bonnard, "Deauville".
Pierre Bonnard, “Deauville”.

Penso ai tanti pittori commerciali d’area Napoletana, cosa avrebbero da invidiare a loro e da chi sono stati determinati se non dalla loro fenomenologia del gusto di fatto borghese?

Claude Monet, “Etretat”

Chiaro che Monet e Renoir siano giganti della pittura, ma questo vuole dire ancora oggi essere artisti?

Visto dal 2024, l’impressionismo pare pittura folk e di vedute che pare giusto sia escluso dal mondo Accademico, quanto male ha fatto alla cultura di massa e generalista l’idea della pittura di piccolo formato da salottino?

La loro idea di pittura giustifica il gigantismo dell’arte contemporanea, che necessita prendere le distanze dalla volgarità del tutti possono essere e fare gli artisti (non ditemi che questo non passa anche per fenomenologie di Biennali e Fiere d’arte contemporanea), l’arte non è l’impressione di ciò che si vede, ma è ciò che si determina e sente nel suo significato rituale ed esoterico.

Alla galleria Il Ponte di Firenze e nella sede di Firenze del consiglio Regionale, vado per rivitalizzarmi a confrontarmi con la pittura di Shozo Shimamoto, spettacolarizzazione made in Japan dell’action painting, pittura d’azione che trovo priva della spiritualità che dovrebbe costituirne la base, il rituale di Shimamoto è nella performance, nelle bottiglie di colore schiantate su tela e la negazione del pennello.

Prelevo da una installazione una pallina di golf (strumento pittorico) firmata e per trovare riflessa la mia idea dell’arte, vado nel Museo d’Antropologia, dove finalmente trovo la ritualità, la magia performativo simbolica e la spiritualità del fare arte, trasversale a tutte le culture umane del pianeta, perché abbiamo negato questo?