Un’atmosfera sospesa tra passato e presente, tra la staticità del marmo e la dinamicità del corpo in movimento. Questo è ciò che ha offerto Blusansevero, la performance site-specific di Mauro Maurizio Palumbo andata in scena nella suggestiva Cappella Sansevero il 21, 22 e 23 novembre.
Ispirata alle recenti scoperte sull’invenzione del blu oltremare artificiale da parte del Principe Raimondo di Sangro, la performance ha trasformato la Cappella in un palcoscenico dove il corpo del performer ha dialogato con la storia e l’arte, in un connubio di grande impatto visivo ed emotivo.
Ma ciò che ha reso l’evento davvero unico è stata la sinergia tra il movimento e la musica.

La voce potente del soprano drammatico Ilaria Tucci e le note della tromba di Ciro Riccardi hanno avvolto e plasmato il corpo di Palumbo, guidandolo in una danza che sembrava prendere vita proprio grazie alle vibrazioni sonore.
Come dimostrano le foto scattate durante l’anteprima del 19 novembre, il corpo del performer è diventato un tutt’uno con la musica, traducendone le emozioni e le sfumature in movimenti fluidi e intensi.

Un’esperienza sensoriale completa, in cui la vista e l’udito si sono fusi per creare un’opera d’arte effimera e irripetibile.

Blusansevero ha saputo valorizzare l’eredità del Principe di Sangro, trasformando la Cappella non solo in un museo, ma in un laboratorio di sperimentazione artistica contemporanea.

Un plauso a Mauro Maurizio Palumbo per aver saputo creare un’opera così suggestiva e coinvolgente, e al Museo Cappella Sansevero per aver aperto le porte a questa forma d’arte innovativa.
Mauro Maurizio Palumbo ci racconta Blusansevero subito dopo la performance:
Ljdia Musso: La sua performance “Blusansevero” ha preso vita in un luogo intriso di storia e suggestioni. Come ha dialogato il suo corpo con questo spazio e con le opere che lo abitano, in particolare con il Cristo Velato?
Maurizio Palumbo: Quando si entra in un qualsiasi posto, il dialogo con lo spazio diventa naturale. È, forse, la conseguenza di un percorso, di un itinerario o di un passaggio obbligato. Nel caso di Blusansevero, è stato tutto magicamente insolito. Il dialogo tra il mio corpo e le opere, o meglio, tra il mio corpo e altri corpi, ci ha come catapultati in un gioco. C’erano regole da rispettare, spazi relazionali da cercare, distanze interpersonali, energie ed emozioni da condividere. Potrei definirlo un trasferimento dati o, più semplicemente, una connessione tra le parti.
Il blu oltremare del lapislazzuli, protagonista delle ricerche del Principe di Sansevero, è diventato elemento centrale della sua performance. Come ha tradotto questo colore, con la sua storia e il suo simbolismo, in movimento e gesto?
Il blu inventato dal Principe è stato il fattore che ha scatenato in me una serie di riflessioni, alcune delle quali mutate in visioni. Tutto è partito dalla conferenza stampa dell’attribuzione di questa invenzione, cui ho preso parte. Era il 5 marzo 2024 e, mentre si presentava questo blu, che spicca nella cornice dell’altare maggiore della Cappella, ascoltavo, vedevo, immaginavo. Proiettavo quello che ascoltavo in linguaggio corporeo e pensavo a come rappresentarlo. Poi, si è passati allo studio dello spazio e della lettera apologetica e altri segreti con approfondimenti sulla ricerca scientifica, che hanno delineato la prima forma dell’azione perfomativa durata 7 mesi. Alla fine dell’ottavo mese, abbiamo “partorito”.
In “Blusansevero” la musica non era un semplice accompagnamento, ma un elemento drammaturgico a tutti gli effetti. Ci parli di questa interazione tra corpi, voci e suoni.
Si, è proprio cosi: elementi fondamentali di una drammaturgia sperimentale. Un dialogo, un confronto, un continuo rapporto scenico tra un corpo d’interprete, voce solista e tromba d’autore. L’idea è nata dall’esigenza di dare al corpo ciò che mancava e superare gli immaginari della comunicazione non verbale. Andare oltre il prevedibile e il conosciuto. Meravigliare, raccontare, narrare una storia con più suggestioni. I miei compagni di viaggio, Ilaria Tucci e Ciro Riccardi, hanno sperimentato con me. Abbiamo creato insieme una memoria corporea e sonora basate su una triangolazione ripetuta e flessibile. Movimenti e vibrazioni. Gesti e frequenze. Sinergie ed emozioni. Una triade che è riuscita a creare un trasfer tra artista, opera e fruitore. Un progetto che ha qualcosa di unico e, forse, irripetibile… Siamo riusciti a creare un unicum, che resterà nella memoria di chi ha partecipato.
Lei ha definito il pubblico come “partecipe dell’azione”. In che modo la presenza degli spettatori ha influenzato la sua performance e contribuito a darle forma?
La performance art per sua natura vive grazie ad un pubblico. Le mie opere seguono una scaletta, ma la drammaturgia resta aperta e vive anche di improvvisazione. Sono opere d’arte effimere. Vivono un segmento di tempo preciso, determinato e irripetibile. Il pubblico non è soltanto fruitore, ma coautore. Non sta a guardare ma partecipa, anche se non fa nulla. È un corpo che vive, respira. È energia, è emozione. Occupa uno spazio, diventa veicolo, strumento, ostacolo, opportunità. Gli sguardi, le ansie, i sorrisi, contribuiscono alla forma, talvolta anche al contenuto.
Il suo lavoro affonda le radici nel teatro danza e nella ricerca di un linguaggio corporeo espressivo. Quali sono i maestri, le correnti artistiche, le esperienze che hanno maggiormente influenzato la sua poetica?
La mia poetica nasce dal gesto segnico della pittura e arriva alla fenomenologia del corpo. Si evolve attraverso lo studio della storia dell’arte, del teatro e della danza, dalla tecnica alla sperimentazione, consolidando un linguaggio artistico contemporaneo, che mi permette di entrare in relazione con l’altro essendo me stesso e usando il mio corpo come strumento di connessione. Il rigore e la libertà dell’azione performativa prendono “corpo” conoscendo Pina Bausch e vengono confermati attraverso l’incontro e il dialogo con Marina Abramovic. Ecco, loro due sono idealmente le mie maestre, oltre ad essere, ancora tutt’oggi, muse ispiratrici. Così come Ulay, Pino Pascali ed altri.
Blusansevero”, ma anche altre sue opere, sembrano suggerire una riflessione sul rapporto tra passato e presente, tradizione e innovazione. Come si inserisce la sua ricerca artistica in questo dialogo?
Esatto. La mia ricerca nasce da questo. Narrare la storia di un luogo o di altro del passato attraverso la contemporaneità di un linguaggio come quello performativo. Ogni opera è uno studio specifico. Ogni performance è site-specific per i luoghi che la ospitano. La mia ricerca riguarda anche la ricerca di questo dialogo.
Cosa vorrebbe che rimanesse negli spettatori dopo aver assistito a una sua performance? Quale seme, quale emozione, quale domanda?
Le mie performance sono sostanzialmente delle riflessioni. Le emozioni, positive o negative che siano, ci sono, restano sospese nell’aria e nella memoria. Mi piace pensare a delle immedesimazioni, un ritrovarsi, magari in un ricordo, una sensazione. E forse riflettere sull’importanza di ritrovarsi nell’altro da sé.





