Jacob Hashimoto (classe 1973) è un artista americano che vive a New York. I suoi legami con la cultura nipponica emergono dai suoi lavori artistici fatti di sculture, installazioni e dipinti; in particolare utilizza componenti modulari e si rifà a delle modalità quasi spirituali, in quanto traspare una minuziosità che mi ricorda la pratica degli origami.
Incuriosito da questo modo di fare sono riuscito a coglierlo in extremis nell’esposizione Path to the sky a cura di Raphaëlle Blanga (in collaborazione con la Galleria Studio la Città) a Santa Maria della Scala a Siena.
Uno dei principali tratti distintivi della sua poetica è indubbiamente l’aquilone giapponese, il quale ha una variabile intelaiatura di canna di bambù e una vela fatta con la carta di gelso, che può essere dipinta o stampata. Quelli da lui utilizzati sono piccoli e di forma geometrica, così da creare dei moduli, delle ripetizioni estremamente suggestive.
L’opera principale esposta nella Corticella dell’edificio è proprio Path to the sky, una grande installazione che percorre in altezza e profondità tutta l’area, così da essere visibile da vari punti. L’idea che mi suggerisce è quella di un totem, una sorta di grande scultura leggera e malleabile dal vento, una architettura sospesa e trasognante realizzata con una cascata di aquiloni.
A iniziare a sbirciarci dentro ci si perde, ci si fa guidare in anfratti sconfinati, circumnavigando ogni elemento e diventando un novello esploratore di mondi fluttuanti.

Difficile trovare una angolazione che renda giustizia in questo mistico viaggio.
Un’altra suggestione ve la lascio da qui:

Procedendo nel percorso inizio a scoprire questa poetica in una misura apparentemente più accessibile, considerando le dimensioni più contenute delle installazioni a parete. È una illusione dovuta alle proporzioni, ma appena mi avvicino noto la densità e il ritmo con cui queste sono state realizzate. Piccolissimi aquiloni ritmano strati verticali di geometrie variabili collegati da un sottile ma visibile filo nero.
Il primo di questi lavori che incontro mi ricorda immediatamente l’estetica del tardo Jean Dubuffet, ma qui mi rievoca pure la levità di un onirico mulino a vento. Associazioni difficili da esplicare, ma che nascono da una certa assonanza con la forma e l’idea delle loro eliche.

Forse ancora di più in The Reclamation la mia idea di Dubuffet si fa spazio; qui abbiamo una sorta di scomposizione aggiuntiva, la quale stratifica e dirama l’idea di composizione. Vedere per credere.

Poco dopo mi imbatto nel Waterblock 1 del 2002, un cubo scavato di poliuretano verniciato. A dirla così sembra una cosa molto semplice e banale, ma l’impatto, ancora una volta è spiazzante e mistico. Mi perdo nuovamente nei dettagli, più che nell’insieme. La vista ravvicinata è quella che preferisco perché mi suggerisce in un primo momento una catena montuosa, ma ad uno sguardo più attento, come dice il titolo stesso, diventa un mare mosso risultante da una tecnica di animazione.

In What has been here all along mi ritrovo catapultato immediatamente nel mondo fluttuante degli Ukiyo-e, nell’idea di una pioggia battente e nel gong di una atmosfera asiatica d’altri tempi.
A voi le suggestioni che più vi aggradano:

In un dettaglio di They were already superstars si conchiude tutto il suo mondo: volumi, pattern, sequenze, minuziosità, un pizzico di ossessione, leggerezza e interconnessione. Una poetica profondamente contemporanea e degna della nostra ammirazione.

Forse i lavori che mi hanno colpito di meno sono i suoi dipinti, in quanto rimandano a modalità già note in vari ambienti artistici.
Ne lascio comunque una piccola testimonianza di seguito.

Chiudo la narrazione con una opera diversa dalle altre e che mi ha colpito davvero molto: Tree III.
Il posizionamento in questo magico luogo che è Santa Maria della Scala è estremamente pertinente e ne valorizza l’impatto. L’immersione in questo spazio metafisico, con tanto di seggiola in cui sottostare mi estrania dal mondo esterno e mi proietta dentro un album dei Pink Floyd, in un immaginario astratto e artificioso, ma in una accezione positiva, affascinante, seppur plastica e ingessata. Un fermo immagine con cui voglio ricordare questo incontro artistico senese e nippo-americano.

L’esposizione è purtroppo già terminata, ma con queste parole voglio ringraziare la Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, gli organizzatori di Immagine Studio, la curatela di Raphaëlle Blanga ed Hélène De Franchis di Galleria Studio la Città per avermi fatto conoscere un artista che mancava al repertorio delle mie emozioni.
E con queste coordinate vi invito a seguire con curiosità i soggetti menzionati per le future attività da loro proposte.
