Il Fare Disfare Rifare di Buren

Di recente sono stato a Palazzo Buontalenti di Pistoia per vedere e cercare di afferrare più da vicino i lavori di Daniel Buren:

Fare, disfare, rifare. Lavori in situ e situati 1968 – 2025, rassegna curata dallo stesso Buren assieme a Monica Preti (direttrice di Fondazione musei Pistoia), 8 marzo – 27 luglio 2025 Palazzo Buontalenti, Pistoia.

L’artista francese (classe 1938) è uno di quegli autori che negli anni ho incontrato più e più volte in diversi contesti, grazie ai suoi lavori in aperto dialogo con i contesti urbani e paesaggistici più diversi, approccio che lo contraddistingue da molte altre espressioni artistiche che cercano una autonomia rispetto al contesto in cui si vanno a inserire; è lui stesso a rimarcare i concetti di lavori in situ (fortemente legati al contesto per cui vengono pensati, in armonia o in contrasto) e situati (quindi pensati per un determinato contesto socio-culturale e adattabili a vari luoghi).

Buren può essere inserito all’interno della sensibilità artistica concettuale e minimalista, in quanto gioca con pochi elementi essenziali, con alla base un impianto culturale importante alimentato da intenti specifici attraverso le sue azioni ambientali e nei lavori esposti all’interno dei luoghi istituzionali.

Triptyque electrique – rouge, 2014. Tessuto in fibra ottica, box metallico, elettricità.

Conscio dei significati politici e culturali degli spazi interviene per spostarne il senso e innescare una dialettica con essi. Inizia la sua carriera partendo dalla pittura delle tele per approcciarsi a molti altri materiali. Il suo maggior segno di riconoscimento è una porzione di stoffa, di tela, ecc. a bande verticali di vari colori. Nei suoi interventi nelle strade questo pattern diventa la sua tag anonima ma pregnante, il rimando di un tessuto che potrebbe appartenere a un tendone, ma decontestualizzato e inserito nei punti più disparati.

Probabilmente il portato più corposo delle sue azioni è proprio l’impianto concettuale e la sua volontà di inserirsi in dialogo aperto (e non subalterno) ai vari contesti (istituzionali e non). Con il suo intervento punta a modificare e a spezzare l’apparente neutralità dei musei, di cui l’esempio più emblematico rimane la sua partecipazione all’esposizione della VI Guggenheim International exhibition del 1971 presso il Guggenheim di New York, occasione nella quale modifica fortemente il senso e il protagonismo dell’architettura di Frank Lloyd Wright: una consapevole provocazione fortemente politica.

Vedere e rivedere alcuni suoi lavori a Palazzo Buontalenti permette di toccare solo parzialmente la forza della sua poetica; riusciamo a cogliere alcuni dei suoi intenti, soprattutto perché il suo lavoro acquisisce forza e senso sulla lunga distanza.

Dettaglio di Découpé / Étiré, 1985 / 2025. Legno, specchio, vinile adesivo, pittura.

Incontrare alcune sue strutture interattive, in quanto ci si può entrare dentro, aiuta a percepire qualcosa di più di quello che le parole e le narrazioni possono fare, come ad esempio “Découpé / Étiré” (una serie di portici che giocano prospetticamente e formano una croce), oppure “La cabane éclatée transparente II” costituita da pareti in plexiglass che permettono una forte compenetrazione con l’ambiente che la circonda.

La cabane éclatée transparente II, 2000 – 2019. Plexiglass, legno, tela di cotone, acrilico.

Sicuramente il suo contributo più grande è situato tra gli anni ’60 e ’70, pertanto per molte persone è una occasione per ripercorre quelle tracce e vedere consolidato quel lavoro.

Ad oggi questo tipo di operazione può sembrare scontata perché sono vari gli autori che hanno proposto interventi vagamente simili (come Sol LeWitt), ma qui siamo di fronte a un piccolo pezzo di storia che ci ha permesso di andare molto oltre.

Toccare con mano è sempre una esperienza importante, ma essere lontani da certi avvenimenti può far perdere terreno al messaggio originario, sempre che non ci si sia ben documentati su quello che fu.

 

Pertanto, un percorso a ritroso sulla sua carriera e sulle sue tappe salienti amplificherebbe l’esperienza, assieme alla visita ad alcuni dei suoi lavori sparsi per la Toscana e l’Italia.

Un buon esempio molto armonico dei suoi interventi si può trovare sul Palazzo dei Vescovi di Pistoia con “La facciata ai venti”, una sequenza di tessuti a bande bianche e nere verticali posizionati alle arcate del loggiato e svolazzanti grazie alla presenza di ventilatori interni. L’intervento è realizzato proprio in collegamento a questa mostra. Lì si può capire la sua forza e la sua cifra, fatta di un certo tipo di anonimato costruito su una presenza pop industriale. Una poetica “modesta” fatta di dialogo e ascolto con l’ambiente.

La facciata ai venti, 2025, Palazzo dei Vescovi, Pistoia. Foto di Silvia Beneforti.

A noi non resta che metterci in ascolto e cogliere i suoi suggerimenti.

Ma Rea